Una società che si crede immortale

Il Covid, la peste e la nostra difficoltà moderna a pensare la morte

Esiste, nell’immaginario comune, una sorta di parentela tra il Covid e la peste medievale. E non è solo un effetto di memoria o di suggestione: basta vedere quanto sono cresciuti, dopo la pandemia, gli studi sulla peste nera e sulle altre grandi epidemie storiche, specialmente sul piano dell’epidemiologia e della genomica della Yersinia pestis.

La vera domanda però è un’altra. Perché proprio il Covid — e non altre epidemie moderne, spesso anche più letali — è stato percepito come una frattura nella nostra storia recente? E la società europea dopo il 1348, specialmente quella delle città italiane, ebbe davvero la sensazione che il mondo si fosse spezzato in un prima e in un dopo?

Analizziamo il momento odierno: l’Europa è in qualche modo circondata da guerre. La guerra russo-ucraina, che è una guerra di invasione, e la guerra israelo-statunitense contro l’Iran e i suoi proxies, che è una guerra di fatto preventiva e di difesa, anche se molte delle sue “sfumature” sono difficilmente classificabili. Un’Europa divisa in stati, poco coesa politicamente, subisce gli effetti di due guerre non volute e, almeno di una, percepisce il rischio per la propria sicurezza territoriale. Insomma una situazione molto preoccupante, ma che offre margini per una confusione politica che possiamo constatare quotidianamente, e non solo in Italia.

Quando arrivò il Covid, che fece molti morti, ma certamente meno dell’epidemia di spagnola del 1918 e incomparabilmente meno della peste nera e dei suoi ritorni, l’Europa riuscì, dopo alcuni tentennamenti iniziali, a dotarsi di una politica e di una strategia d’azione che alla fine risultarono vincenti; come, nonostante tutto, anche la società tardomedievale e della prima età moderna riuscì a elaborare politiche e strategie — almeno nell’Italia centro-settentrionale, ma comunque anche nel resto d’Europa — risultate anch’esse efficaci. Nonostante la guerra dei Cent’anni e le altre piccole o grandi guerre di quell’epoca. Come se la guerra fosse una cosa “normale”, anche se inevitabile, ma l’epidemia no.

Stremati dalla mortalità, con l’economia in rovina, per esempio, i comuni italiani come Firenze stanziarono cifre notevoli per assoldare compagnie di ventura e fare guerra. Nel Medioevo ci si aggiunsero anche le carestie dovute al cambiamento climatico. Ma guerre e carestie erano una cosa normale, così come le epidemie di vaiolo o di virosi di difficile classificazione. La peste fu ben differente.

Come il Covid, con il quale ha alcune analogie: viene dall’Oriente, colpisce tutti indiscriminatamente, dà davvero la percezione del contagio. Certo, non ci sono cataste di cadaveri — ma vi ricordate le fosse comuni riprese dal satellite? — però ci sono gli ospedali pieni e c’è gente che muore per una “influenza”. E poi ci sono gli stessi fenomeni registrati oggi come allora di fronte alla catastrofe sociale: negazionisti, complottisti, predicatori del castigo divino e così via.

Con la peste muoiono le maestranze, gli artigiani, molti pittori, i maestri di pietra, e non solo i contadini o i nobili o i mercanti. Le città più ricche cercano di offrire condizioni migliori a queste maestranze, per cui intere zone, già colpite dallo spopolamento ed economicamente meno solide, declinano o addirittura collassano. Scompaiono interi villaggi, castelli e così via.

Dopo il Covid non sono certo scomparse le maestranze, ma abbiamo cambiato il mondo del lavoro, e con esso lo stile di vita. Lo smart working non solo ha modificato un approccio lavorativo — e umano — ma ha anche permesso una mobilità geografica e sociale a molti soggetti non più legati a un ufficio o a un centro di studi o di insegnamento geograficamente definito.

Questo ha incrementato una tendenza all’isolamento e all’individualismo che era già iniziata con l’era dei social. Nel Medioevo successe la stessa cosa? Non sembra. Aumentano le processioni, gruppi di disciplinati si mostrano mentre si umiliano pubblicamente, si incrementano le associazioni per il conforto degli ammalati e per gestire tutto un complesso funerario che, più che nel periodo precedente, adesso è percepito come aggregante sociale. I pittori affrescano danze macabre o terribili scene della Morte a cavallo mentre fa strage di papi, imperatori, notai, mercanti, umili artigiani, donne, bambini e mendicanti. Ci si riunisce per aumentare la socialità in attesa di un premio ultramondano.

Diverso è l’esito in una società fortemente secolarizzata: isolamento, autoisolamento, distanziamento sociale, individualismo esasperato anche nei social, che anche se diventano comunità virtuali restano potenzialmente anonime.

Ambedue le società hanno avuto la percezione del cambiamento, ma in direzioni differenti.

Resta da analizzare come mai il Covid sia stato percepito così: una società ricca, pacifica e pacifista, con molti diritti e pochi doveri percepiti, si è sostanzialmente immaginata quasi immortale. Diversa la società medievale, che conosceva la fragilità della vita quotidiana ma che credeva profondamente in una vita ultraterrena.

La morte era la medesima ma la percezione era diversa. La nostra percezione, probabilmente, è molto più disperante e deriva una diversa e più moderna visione antropologica.

Ma siamo sicuri che sia vincente?

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