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Storie dal confine orientale
Invito ad una piccola mostra

Questa volta dovrete davvero perdonarmi se faccio un po’ di pubblicità a un’iniziativa della nostra Accademia di studi medievali. Sabato 31 maggio, alle ore 12.00, presso il polo culturale di Casa Maccari, a Gradisca d’Isonzo, inaugureremo una piccola mostra – almeno per quanto riguarda le dimensioni – ma ricca di contenuti: dalle tecniche di ricostruzione del volto a una galleria di personaggi che, proprio attraverso i loro volti, raccontano la propria storia ai visitatori.
Si tratta di una mostra multimediale, articolata in sei installazioni, “mobile” nel vero senso della parola: modulare, facilmente trasportabile, pensata per essere utilizzata anche in contesti didattici o espositivi itineranti. Ogni installazione è controllata da un piccolo computer, e il pubblico potrà interagire grazie a una tessera magnetica che attiva i contenuti nella lingua selezionata (con sottotitoli in italiano e inglese).
Il catalogo – un volumetto di circa cento pagine – include, tra le altre cose, i codici per visualizzare le ricostruzioni anche sul proprio dispositivo mobile. Insomma, ci siamo dati da fare e speriamo di essere riusciti a realizzare qualcosa di diverso, accessibile e coinvolgente.
Ah, dimenticavo: la mostra resterà aperta fino al 28 giugno.
Se volete una presentazione un po’ più concettuale, di seguito riporto un ampio estratto del testo che ho redatto per il catalogo.

La mostra nasce da un’esperienza precedente, “I volti della storia”, realizzata nel 2022 dall’Accademia Jaufré Rudel di studi medievali. Quel primo progetto ci ha confermato quanto forte e immediata possa essere la connessione tra il pubblico e i volti del passato, quando questi sono restituiti con il rigore della scienza ma anche con la forza evocativa della narrazione. Da questa consapevolezza prende vita la nuova esposizione, profondamente rinnovata nei contenuti e negli obiettivi, legandola da una parte al territorio del Friuli Venezia Giulia “storico”, terra di confine, e dall’altra alla nostra esperienza di vent’anni di lavoro archeologico, bioarcheologico e storico in collaborazione con Istituzioni regionali e di Stati confinari.
L’Accademia Jaufré Rudel, che quest’anno compie trentasette anni di vita associativa, da oltre vent’anni è infatti impegnata nello studio del Medioevo attraverso un approccio interdisciplinare e innovativo che mette in dialogo ricerca storica, archeologia, antropologia, filologia e nuove tecnologie. Tra gli ambiti che negli ultimi anni hanno riscosso maggiore interesse c’è certamente quello della bioarcheologia, e in particolare della ricostruzione facciale a partire da resti scheletrici. Si tratta di un settore scientifico che trova le sue origini nell’antropologia forense, ma che oggi si apre sempre più alla museologia e alla divulgazione storica, restituendo al pubblico volti concreti, plausibili e fortemente empatici dei nostri antenati.
La mostra si propone come un evento museale, didattico e scientifico. È museale perché offre al visitatore un’esperienza immersiva e suggestiva, resa possibile da sei installazioni tridimensionali multimediali. È didattica perché nasce con l’obiettivo di essere fruibile anche in contesti educativi, grazie a un allestimento modulare, leggero, facilmente trasportabile e adattabile anche a spazi di dimensioni ridotte, come quelli scolastici. Ed è scientifica, perché fondata su un rigoroso lavoro di ricerca interdisciplinare, che coinvolge antropologi, archeologi, storici e artisti forensi, capaci di coniugare la competenza tecnica con la sensibilità narrativa.
I protagonisti della mostra sono uomini e donne realmente vissuti nella regione storica del Friuli Venezia Giulia, tra la tarda antichità e il tardo medioevo. Sono stati selezionati sulla base di criteri scientifici, e i loro resti osteologici, provenienti da scavi archeologici effettuati nel territorio, sono stati studiati, analizzati e infine “ricostruiti” per mezzo di sofisticate tecniche di approssimazione facciale. È stata anche sperimentata la possibilità di approssimare i tratti facciali partendo da bassorilievi fisiognomici di epoca romana. Il risultato non è un semplice esercizio di stile, né un’operazione estetica fine a sé stessa, ma un tentativo – per quanto complesso e imperfetto – di ridare un volto umano a persone del passato, restituendo loro non solo una fisicità, ma anche una voce e una memoria.
Ogni volto è un racconto. Ogni volto è un frammento di storia. Ogni volto ci interpella, ci guarda, ci chiama a colmare quella distanza, apparente e spesso ingannevole, tra noi e chi ci ha preceduto. La ricostruzione fornisce un ponte tra passato e presente: il volto che emerge dalla materia scheletrica è insieme testimonianza di ciò che è stato e specchio di ciò che siamo. I volti ricostruiti ci raccontano storie individuali, ma anche la storia collettiva di una regione di confine, da sempre crocevia di popoli, lingue, religioni e culture. Il Friuli Venezia Giulia storico – e non solo quello amministrativo attuale – è stato teatro di incontri e scontri, di migrazioni, di mescolanze e di resistenze. Ed è proprio questa sua natura composita e dinamica che rende tanto affascinanti le biografie che qui si narrano.
Le sei installazioni della mostra propongono un vero e proprio percorso attraverso il tempo e lo spazio. Incontreremo un cavaliere altomedievale di cui si è persa la memoria, una nobildonna del tardo Quattrocento – Sofia, pronipote del Conte Guecello di Prata – e lo stesso Guecello, figura potente del suo tempo. Ma anche un religioso, un contadino, una donna comune. Alcuni sono personaggi noti alle fonti storiche, altri sono anonimi, ma tutti hanno lasciato una traccia materiale nel tempo: i loro resti mortali, base da cui siamo partiti per farli “rivivere”. A ciascuno di questi volti è associato un racconto, una voce che si manifesta attraverso un testo narrativo elaborato a partire dai dati storici e archeologici, integrato da ipotesi plausibili sulla loro vita quotidiana, i contesti sociali e i valori del tempo.
La mostra è anche una riflessione sul concetto stesso di “confine”: non solo geografico o politico, ma anche epistemologico. Essa si muove ai margini delle discipline, laddove la scienza incontra l’arte, la storia incrocia la tecnologia, e il rigore della ricerca si apre all’immaginazione controllata. Il confine, in questo senso, non è barriera ma passaggio, opportunità di incontro e conoscenza. E ogni volto è un invito a superare il limite della cronologia per guardare negli occhi la storia.
Va sottolineato che l’operazione di ricostruzione facciale è, per sua natura, una “approssimazione scientifica”. Ciò significa che ogni volto proposto è il risultato di una complessa combinazione tra dati certi (struttura ossea, età, sesso, origine geografica) e componenti ipotetiche (espressione, tono della pelle, acconciatura, abbigliamento), che vengono scelte sulla base delle conoscenze storiche e culturali del periodo in esame. Questo equilibrio tra precisione e verosimiglianza è ciò che rende l’opera tanto affascinante quanto delicata: ogni volto è il prodotto di un processo rigoroso, ma mai definitivo. È una finestra aperta sul passato, non un ritratto assoluto.
Questa mostra è un omaggio al passato, ma anche una sfida per il futuro. È un invito a continuare a studiare, raccontare e, soprattutto, a ricordare. Perché i volti che oggi ci guardano non appartengono solo a un tempo che fu: ci interrogano, ci parlano, ci rendono un po’ più consapevoli di ciò che siamo. E questo, in fondo, è il compito più alto che la cultura può assolvere.
Spero di vedervi numerosi!
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