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Storia di un'eccezione
su un recente saggio di Marzio Barbagli

Settimana difficile. È iniziato il mio corso di Storia della medicina, con i soliti problemi di una burocrazia tanto immanente quanto inefficiente. Nel frattempo nell’aria c’è uno sgradevole odore di guerra, mescolato ai miasmi di politiche internazionali disordinate e talora farisaiche. Senza contare il rumore di fondo prodotto da alcuni nostri politici orfanelli dell’ayatollah, sui quali è forse meglio tacere per semplice pudore.
In cerca di svago (si fa per dire) mi sono messo ad affrontare un saggio piuttosto ponderoso di Marzio Barbagli, dedicato al tema della monogamia. Masochismo, penserà qualcuno di voi. Non proprio. Di Barbagli avevo già letto Comprare piacere, sulla storia della prostituzione: un libro magnifico, documentatissimo e – cosa per nulla scontata – anche molto leggibile.
Monogamia. Storia di un’eccezione è un libro un po’ meno scorrevole, ma sempre solidamente documentato e molto interessante. L’argomento è complesso e Barbagli cerca di affrontarlo da più angolature: storica, sociologica e anche geografica. Si passa così dalla Cina antica e moderna alle società africane e americane, per poi tornare nell’Occidente contemporaneo.
Ma perché – come suggerisce il sottotitolo – la monogamia sarebbe la storia di un’eccezione?
La monogamia è una di quelle istituzioni che in Occidente tendiamo a considerare naturali: un uomo, una donna, una famiglia. Più o meno stabile, più o meno felice. Ma basta allargare lo sguardo nella storia perché questa apparente ovvietà si incrini. Ed è proprio questa la tesi del libro: nella lunga durata delle società umane, avere un solo partner non è affatto la norma, ma piuttosto una singolarità storica.
Molte società hanno praticato forme di pluralità matrimoniale, contemporanea o seriale. Le ragioni erano spesso molto concrete e poco romantiche: più mogli e concubine significavano più lavoro nei campi, più alleanze tra famiglie, più sicurezza in contesti dove la vita era tutt’altro che tranquilla.
L’Europa ha imboccato un’altra strada, ma lentamente, tantoché solo dal XII secolo la Chiesa comincia a combattere seriamente la poligamia, considerata un problema per la stabilità delle famiglie (oltre che, sospettosamente, per l’eccesso di piaceri carnali). Più tardi, tra Settecento e Ottocento, il liberalismo e il primo femminismo contribuiscono a trasformare la monogamia anche in uno strumento di tutela della donna contro il potere maschile.
Fin qui la storia lunga: Ma la parte più curiosa del libro riguarda il presente.
La monogamia resta la norma legale e sociale dell’Occidente anche se negli ultimi anni il suo monopolio culturale sembra incrinarsi e non solo per l’introduzione, anche nei paesi cattolici, del divorzio - che ha incrementato le unioni seriali, ovvero di un partner dopo l’altro anche se mai contemporanei. Nel lessico pubblico sono comparsi termini nuovi: poliamore, coppie aperte, famiglie queer, throuple. Rispetto alle duecento mogli di un cacicco – fenomeno evidente ma, in fondo, sociologicamente piuttosto semplice – la fantasia relazionale contemporanea appare decisamente più creativa.
Quanto è diffuso davvero tutto questo?
Qui conviene raffreddare un po’ gli entusiasmi sociologici. Alcune ricerche indicano che circa una persona su sei negli Stati Uniti dichiara di essere interessata a relazioni poliamorose e una su nove dice di averne sperimentata almeno una nella vita. Numeri non trascurabili, certo, ma che non descrivono esattamente una rivoluzione sociale: anche perché l’interesse non coincide con la pratica e la pratica, a sua volta, raramente coincide con la stabilità nel tempo. Il paradosso è proprio questo: la monogamia resta largamente dominante mentre il discorso pubblico si riempie di alternative.
In fondo, leggendo il saggio di Barbagli, si capisce una cosa abbastanza semplice: le istituzioni familiari cambiano sempre, ma lo fanno con una lentezza che raramente coincide con il ritmo con cui inventiamo nuove parole per descriverle. Il dibattito pubblico ama annunciare rivoluzioni, spesso con grande entusiasmo lessicale. La vita sociale, invece, procede quasi sempre con maggiore cautela e con tempi molto più lunghi. Ed è forse anche per questo che certe nuove forme relazionali si incontrano con una certa frequenza nei festival culturali, nei dibattiti accademici e in quelle conversazioni urbane e piuttosto istruite dove si ama discutere di queste cose.
Molto meno, almeno per ora, nelle assemblee di condominio.
Buona lettura.
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