Siamo tutti performer?

Ovvero dell’esecuzione "storicamente informata"

Ho iniziato a interessarmi di musica antica nel 1973: avevo diciannove anni e una voglia disperata di conoscere la musica. Far musica già la facevo: cantavo, andavo a lezione tre volte la settimana sognando di cantare l’Otello, e invece mi deliziavo con Giovanni Pierluigi da Palestrina o con Luca Marenzio, fin da quando avevo quindici anni.

Poi sono andato a Siena per studiare medicina. Ho continuato a studiare canto, ma la voglia di conoscere i suoni e le musiche di quel Medioevo che vivevo quotidianamente nei monumenti, negli affreschi e nelle strade lastricate tra Massa Marittima e Siena prese il sopravvento. Poco tempo dopo facevo parte di un gruppetto di pazzi che si cimentavano con strani strumenti raccattati qua e là, impegnando i risparmiucci; ma che soprattutto studiava.

Devo dire che erano altri tempi: si poteva anche andare a lezione, più o meno abusivamente, in altre facoltà e a Siena c’era una cattedra di storia della musica medievale retta da Agostino Ziino, personaggio veramente straordinario. Così, alla fine, ci trovammo a fare esercitazioni di musica medievale ai suoi studenti, vampireggiando avidamente, nel contempo, metodologie, filologie e testi musicali.

La sera, se non c’erano prove, studiavo medicina fino a notte fonda. Si poteva fare, a quei tempi. Mi ricordo che una sera, ormai alla fine del mio percorso di medicina, fummo invitati a fare un concerto di musica del Trecento nella villa di un celebre endocrinologo senese. Tra gli ospiti c’era uno dei più temibili professori della mia facoltà, con cui avrei dovuto sostenere, il giorno dopo, l’ultimo esame del corso: Clinica Medica. Mi camuffai per evitare di essere riconosciuto e il giorno dopo sostenni l’esame, prendendo anche trenta. Ovviamente il camuffamento non era servito affatto e il professore, alla fine, sorridendo, mi fece i complimenti per il concerto. Altri tempi.

Facevamo musica tentando di mettere assieme prassi musicale, conoscenza filologica e organologica: d’altronde così si faceva allora, con risultati che magari oggi potrebbero sembrare un po’ insufficienti, musicalmente parlando, ma che erano comunque una grossa novità. Specialmente in un’epoca in cui l’Accademia musicale ignorava perlopiù il problema; i pianisti mettevano le mani su clavicembali veramente improponibili e i chitarristi trascrivevano intavolature per liuto suonandole come suonavano Mario Castelnuovo-Tedesco o Joaquín Rodrigo.

Negli anni, specialmente per la musica barocca — l’unica ad avere un mercato ricco e fiorente — il problema filologico si è fatto sentire e, a parte per quanto riguarda la “tromba barocca”, esiste oggi sia una coscienza di prassi esecutiva sia una coscienza organologica (ovvero la costruzione e l’uso di strumenti musicali conformi all’epoca di esecuzione), per cui si possono ascoltare esecuzioni interessanti sia dal punto di vista strettamente musicale sia fonico.

Non così, purtroppo, per la musica del Medioevo e del primo Rinascimento, che ha un mercato molto più marginale e che è stata anche inquinata dalle “rievocazioni storiche” e da un certo celtismo d’accatto che fa sempre tanto fine. In questo repertorio, purtroppo, è avvenuto un vero scollamento tra musicologia (e soprattutto conoscenza organologica) e prassi esecutiva, per cui oggi è difficile ascoltare un concerto di musica del Tre o Quattrocento senza soffrire un po’. Almeno per quanto mi riguarda.

Poi, di recente, la grande invenzione. Come sappiamo, l’arte di Gerione si ricrea e si ritrasforma per riboboli furbeschi che meravigliano sempre chi li svela. Parlo di quella terribile locuzione: “esecuzione storicamente informata”. “Filologica” non va più di moda: è un termine che sa di studiosi un po’ fuori del tempo, noiosi e precisini. E poi “informato dei fatti” è splendidamente attuale: è un termine un po’ gratteriano, un pizzico progressista e adatto al mondo della comunicazione, ed anche inclusivo, a ben vedere. Locuzione grandiosa, e devo dire azzeccata, in un mondo come questo, fatto di sex worker, caregiver e, soprattutto, performer. Uno faceva l’attore, un altro il musicista jazz, un altro il mangiafuoco o il clown, ed era consapevole (e fiero) della propria particolarità. Adesso sono tutti “peffòmme” e tutti uguali. Come quelli che un tempo uscivano di casa con lo stesso eskimo.

E poi, che vuol dire “storicamente informata”? Di fronte a certe esecuzioni, però, si capisce molto bene che cosa vuol dire: io mi informo, ma poi faccio quello che ***** mi pare.

Tanto è uguale.

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