San Luca Evangelista

e il suo DNA (mitocondriale)

È la Domenica delle Palme. Più o meno duemila anni fa Gesù entrò in Gerusalemme, accolto da una folla festante. Quella che poi sceglierà Barabba. È una settimana che ci penso, alla folla istigata dai Grandi Sacerdoti. Chissà che libretto sventolavano allora, i Grandi Sacerdoti.

Ma non volevo parlare di questo, anche se mi sembra, nei momenti in cui sono un po’ giù di corda, di essere dentro un dramma di Ionesco, per esempio, dentro Un delirio a due, dove un uomo e una donna chiusi in una camera da letto si insultano cercando di prevalere l’uno sull’altro su un quesito del tutto sciocco: una lumaca è una tartaruga? Tutt’intorno infuria una guerra, cadono bombe, scoppiano i vetri della stanza, ma loro nulla: una lumaca è una tartaruga?

Per sollevarmi lo spirito mi sono comprato un libro che mi ha tenuto compagnia per qualche ora. L’ho visto elencato tra le novità editoriali e, nonostante che l’argomento – intrigante, per carità! – mi lasciasse un pochino perplesso, l’ho comprato. D’altronde l’autore è un genetista molto bravo, per cui la serietà scientifica era assicurata, ma per una mia certa esperienza, lo studio “scientifico” dei santi o comunque delle reliquie è davvero un campo complesso e disseminato di mine ideologiche di non poco conto, senza contare le difficoltà di analizzare materiali, biologici o meno, che sono stati più e più volte nella loro esistenza più o meno lunga, modificati, trafugati ripuliti, restaurati, occultati, malriposti e così via. Specialmente se la reliquia proviene o dovrebbe provenire da molto lontano. Insomma, una lettura a rischio.

Contro le mie previsioni un po’ pessimistiche, il libro si è rivelato una piacevole sorpresa: di fatto questo è un saggio già pubblicato anni fa con un altro titolo, anche se è stato parzialmente riscritto e, come si dice in gergo, “rieditato”. Ma il suo pregio è quello di non essere proprio un saggio, ma un qualcosa tra un libro di ricordi, un romanzo, un saggio scientifico di tipo divulgativo ed altre cose. Insomma, come ci avverte l’autore nella postfazione, questo libro fa parte degli Oggetti Narrativi Non Identificati (UNO: Unidentified Narrativa Objects), “testi che partono dall’osservazione di dati reali, ma nei quali la scrittura e le esigenze narrative lottano con la fedeltà documentaria agli eventi narrati, raggiungendo, se tutto va bene, un punto di equilibrio in cui si può leggere il testo come se fosse un romanzo, anche se un romanzo non lo è, o non del tutto”. Mi piace molto la categoria e tanto di cappello al prof. Wu Ming 1 che ha inventato il termine, che credo adotterò.

Nel suo Un evangelista e il suo DNA, Guido Barbujani costruisce un racconto su un caso concreto — l’analisi genetica di reliquie attribuite a un evangelista, san Luca — ma ciò che conta davvero è il modo in cui questa indagine viene raccontata. Barbujani non procede per dimostrazioni sistematiche, bensì per tappe narrative non lineari: la proposta di entrare in un gruppo di lavoro per analizzare i supposti resti dell’evangelista custoditi nella chiesa di santa Giustina a Padova, la progettazione, l’avventura siriana per ottenere campioni del DNA della popolazione, ricordi di americani di formazione, risultati delle analisi e loro critica.

L’avventura raccontata nel libro non è recente: sono passati oltre venticinque anni e tutto è cambiato intorno a noi tanto da domandarci se oggi come oggi sarebbe possibile fare le stesse cose in maniera non eccessivamente rischiosa. O eticamente sostenibile (secondo le nuove e nuovissime regole etiche). Insomma, san Luca poteva essere siriano, secondo la tradizione, e quindi le reliquie potevano contenere del mDNA compatibile con una popolazione di quella zona geografica. Nel 1999 Barbujani parte con un amico, compra campioni di sangue da un laboratorio privato di Aleppo, passa fortunosamente la dogana, ottiene risultati, li valida pubblicandoli eccetera. Sì, questo nel 1999. Adesso nessuna rivista ti pubblicherebbe una ricerca basata su un campione di provenienza eticamente dubbia: dov’è il consenso del donatore? E poi i campioni non sono stati ottenuti ufficialmente, e poco conta che fosse la Siria pericolosissima e corrotta di Assad. Le regole sono regole. Insomma è una ricerca d’altri tempi, con metodologie di quei tempi (venticinque anni possono essere un’era geologica in certi campi), con alcuni problemi evidenti di campionamento e così via. Ma poco importa: Barbujani sa scrivere, e piuttosto bene. E poi nel mondo della scienza positiva si può falsificare un’ipotesi, ma non è possibile verificarla. E poi i metodi di indagine si affinano, ne nascono altri magari più potenti e precisi e poi, nel caso di un santo, vanno messi in conto anche i problemi di fede e devozione…

Applicare la genetica a una figura sacra non significa svelarne il mistero, ma semmai misurare la distanza tra due forme di verità: quella della prova scientifica e quella della tradizione. Il risultato non è una soluzione, ma una tensione irrisolta — e proprio per questo più onesta — tra ciò che il DNA e in generale la prova scientifica può raccontare e ciò che, forse, non potrà mai dire.

Buona lettura.

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