Ridere col gas

La curiosa carriera del protossido d'azoto

In una società come la nostra in cui la gente, come osservava il buon Emanuele Padoa in un vecchio trattato di biologia, va sempre più "a letto alla rinfusa", le escort sono decisamente sopravvalutate. Un po' come i calciatori, specialmente dopo i risultati recenti del calcio nazionale. Eppure questa settimana la cronaca milanese ci ha regalato uno di quei pasticci all'italiana, fatto di calciatori, escort, magistratura, giornali che indagano, avvocati che protestano, garantisti che garantiscono, e in mezzo a tutto questo, un gas: il protossido d'azoto, che fino a ieri godeva di una reputazione tutto sommato dignitosa — anestetico, analgesico, presente negli studi dentistici di mezzo mondo —  e che adesso si ritrova a fare la parte del comprimario in una storia di palloncini e serate milanesi di qualità non documentata.

Il nostro gas merita di meglio perché può vantare una storia assai più interessante.

Tutto comincia nel 1772, quando Joseph Priestley lo sintetizza in laboratorio. Siamo in pieno Settecento, la chimica ha ancora qualcosa di teatrale — un esperimento poteva sembrare una seduta spiritica condotta con più metodo — e Priestley è uno di quegli scienziati che isolano composti come per abitudine: ha già prodotto “l’aria deflogisticata”, ovvero ha isolato l’ossigeno, e ha anche isolato l’anidride carbonica, diventando di fatto il padre dell’acqua gassata. Priestely è un pastore anglicano unitarista, raffinato teologo, curioso e indefesso sperimentatore polemico con Lavoisier che però nel caso del protossido d’azoto lascia ad altri il compito di capire cosa farne.

Ci pensa sir Humphry Davy, che decide semplicemente (si fa per dire) di inalarne un po’. I chimici dell'epoca avevano con le proprie scoperte un rapporto di una certa intimità, non sempre prudente. Davy scopre che il gas produce euforia, stordimento e — dettaglio tutt'altro che secondario — attenua il dolore. Lo chiama "gas esilarante", un soprannome che gli è rimasto appiccicato per due secoli e mezzo e che non gli ha fatto alcun favore in termini di reputazione scientifica. Poi decide di condividere la scoperta con amici e colleghi, organizzando nel suo laboratorio di Bristol quelli che restano nella storia come i laughing gas parties: serate in cui Samuel Taylor Coleridge, Robert Southey e altri letterati romantici si passavano un sacchetto di seta verde pieno di gas e aspettavano gli effetti. Nasce così una moda che nei decenni successivi si diffonde nei salotti borghesi britannici e poi, attraverso le dimostrazioni pubbliche di vari impresari, nei teatri americani — dove il gas veniva somministrato al pubblico “sotto garanzia di rispettabilità”, come recitavano i manifesti dell'epoca.

L'intuizione medica vera era però già lì, in quel dettaglio sul dolore, e a raccoglierla fu, qualche decennio dopo, un dentista americano di nome Horace Wells. Nel 1844 assiste a una dimostrazione pubblica sugli effetti del gas esilarante, ne coglie i vantaggi pratici, e il giorno successivo, dopo averlo inalato, si fa estrarre un molare, senza dolore. Funziona. Il problema è che quando Wells tenta di replicare l'esperimento davanti a una platea di colleghi a Boston, qualcosa va storto: il paziente si lamenta, il pubblico ride mentre i colleghi (che non vedevano l’ora) non gli risparmiano critiche pesanti. A quel punto entra in scena William Morton, prima suo allievo e poi rivale, che nel 1846 ottiene un successo clamoroso con l'etere e si prende tutta la gloria della scoperta dell’anestesia.

Wells scivola nella depressione, si fa sempre più instabile, finché una sera si recide l'arteria femorale. Per non sentire dolore, aveva inalato una dose di cloroformio e non il suo gas. È un dettaglio di non poco conto: l'uomo che aveva capito per primo come togliere il dolore agli altri non si fidò, nella disperazione dell'ultimo momento, della propria scoperta. Aveva trentatré anni.

Da allora il protossido ha condotto una doppia vita. Da un lato è rimasto uno strumento medico serio, ancora usato in anestesia e odontoiatria, mentre dall'altro ha continuato la sua carriera mondana, che aveva esordito nei salotti vittoriani approdando, dopo varie tappe, ai palloncini delle feste contemporanee. La logica è sempre la stessa: è un prodotto che costa poco, l’effetto è piacevole e arriva in fretta, dura poco e sembra innocuo.

I rischi comunque esistono: l'uso frequente può inattivare la vitamina B12 e quindi causare danni neurologici anche seri, oltre ai problemi più banali e concreti legati a cadute e a ipossia. Ma, diciamocelo, è molto ma molto peggio la modaiola “pista di coca” o la plebea sbronza del sabato sera rispetto ad una sporadica risata da gas esilarante, magari accompagnata da qualche bel divertimento di tipo sociale (a voi la scelta: va bene anche il tressette).

Resta il fatto che un gas scoperto da un pastore anglicano un po’ eretico e usato per togliere il dolore è finito sui giornali per via di calciatori, escort e palloncini. Priestley, che era anche teologo, avrebbe probabilmente parlato di caduta. Davy, che era anche poeta, avrebbe scritto una ballata.

Noi ci siamo limitati ad aprire un fascicolo.

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