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Lo vogliamo felicissimo?
ovvero la felicità dello stolto.

In questi giorni basta aprire un giornale, accendere la televisione o scorrere qualche sito che ti si appiccicano addosso miasmi pestilenziali: guerra, tensioni internazionali, duelli politici, referendum, narcisisti in cattedra, indignazioni prefabbricate e così via. Non entro nel merito di tutto questo. Registro solo un fastidioso e potente rumore di fondo che deprime la ragione o quantomeno la attenua pericolosamente.
Vaddassé che questo non fa bene allo spirito, per cui oggi provo a fare una cosa modestamente boeziana. Modestamente, appunto: Boezio è Boezio, io no. Lui trovava la filosofia in carcere, mentre io cerco di trovarla in poltrona, e mi considero già fortunato se riesco a mettere un po’ d’ordine nella mia testa.
Ricordo che mia madre ogni tanto tirava fuori una frase che mi faceva sempre sorridere: “Lo vogliamo felicissimo? Facciamolo demente!”, riferita a due genitori che desideravano un figlio. Forse una battuta d’avanspettacolo, non so. Una battuta in cui si insinua un’idea abbastanza corrente, ovvero siamo davvero sicuri che la felicità stia dalla parte della lucidità della ragione? Non è forse vero - almeno qualche volta - che chi capisce meno soffre di meno? Che una certa ottusità protegge? Che la stupidità, se non rende proprio felici, rende almeno più tranquilli? Ci penso così, seduto in poltrona, e a un certo punto mi assopisco un poco. Potenza del calduccio della stufa a legna. Non mi addormento ma resto in quella zona di confine tra il sonno e la veglia dove il pensiero va avanti da solo, libero. Ed è in questo momento che sento, vicino a me, tre presenze leggerissime. Parlano, ma senza parole. Però capisco.
Non fatela troppo lunga: anni fa avevo una allieva, in uno dei seminari organizzati dalla nostra Accademia, una signora lombarda che pretendeva di comunicare tramite videoscrittura con Teodolinda e Pier Damiani (san). Mica male, vero? Per cui permettetemi, fra il lusco e il brusco, di avere anch’io le mie belle allucinazioni e parlare con chi mi pare. Detto questo, torniamo a me in poltrona e alle tre presenze che si avvicinano.
Seneca mi passa il primo aiuto e mi fa capire che una parte notevole di ciò che chiamiamo felicità è soltanto alleggerimento: riduzione del problema, abbassamento del peso, semplificazione. Non pace, ma proprio semplificazione. Del resto basta guardarsi intorno: c’è contentezza in chi ha già deciso tutto, in chi non si lascia disturbare dai dubbi, in chi vive di slogan ben confezionati e di giudizi pronti. Una certa stupidità quindi non darà la felicità vera, ma fornisce come minimo una una bella forma di quiete.
L’altra ombra è Agostino e il discorso si sposta subito sul desiderio. Noi non giudichiamo soltanto male: amiamo male. Ci attacchiamo a cose troppo piccole e chiediamo loro di reggere il peso di una vita. Cerchiamo la nostra quiete in ciò che passa, la consistenza in ciò che cambia, la pienezza di vita in quello che può darci al massimo una tregua. E allora la stoltezza non è più soltanto un errore della testa: è un errore del cuore. Amiamo male, e non teniamo conto del divino.
Non poteva mancare Tommaso, il mio preferito. E a questo punto, come accade quasi sempre con lui, tutto si mette in ordine, gentilmente. Anche lui mi fa capire che lo stolto non è semplicemente uno che sa poco. È uno che sbaglia il punto, il fine, il bersaglio. E se sbagli il bersaglio puoi anche essere contentissimo, puoi sentirti a posto, puoi convincerti che tutto vada bene, ma resti fuori strada. La questione non è se provi benessere: la questione è se quel benessere corrisponde a un bene vero oppure no. E per l’Aquinate il bene è il Bene: in solo igitur Deo beatitudo hominis consistit ovvero solo in Dio è la beatitudine dell’uomo. Hai detto nulla, Tommaso mio. Anche Agostino annuisce, mentre l’ombra di Seneca sembra che sorrida. Nel dormiveglia non distinguo più bene dove finisce Seneca e dove cominciano Agostino o Tommaso. Non perché siano uguali: non lo sono affatto. Ma perché i loro pensieri si toccano, si fondono in un unico ammonimento: guarda che l’uomo è abilissimo nel chiamare felicità ciò che semplicemente lo distrae da se stesso. Guarda che l’appagamento non è ancora il bene. Guarda che si può essere molto soddisfatti e molto fuori centro. E Tommaso insiste, spalleggiato da Agostino d’Ippona: “Vedi lassù? Vedi la beatitudine? Somaro che non sei altro, svegliati!”
Adesso sono davvero sveglio, ma forse Tommaso intendeva un’altra cosa.
Il problema è che il divino oggi appare così lontano, e con esso anche la parola beatitudine, che suona alta, remota, quasi imbarazzante in un tempo che preferisce parlare di benessere, performance, equilibrio, resilienza …
Forse, allora, il punto non è scegliere tra lo stoico e il santo. Forse allora basta prendere sul serio il loro sospetto comune: che l’uomo rischi continuamente di chiamare felicità ciò che è solo una distrazione ben riuscita. E che una parte non piccola della pubblica infelicità nasca proprio da qui: dal fatto che preferiamo la semplificazione alla verità, l’appagamento alla misura, l’urlo al giudizio.
Adesso mi sto facendo un caffè e mi rendo conto di avere scoperto l’acqua calda. O forse no. Mica sono un filosofo, io, e soprattutto non sono certo che la filosofia mi consoli davvero come consolava Boezio. So però che, in certi giorni, mi aiuta a minimizzare il rumore. Che non è poco.
E se la beatitudine resta comunque troppo alta, lassù, posso perlomeno provare a salvare la mia sanità mentale: non sarà il paradiso, ma rispetto a certi dibattiti televisivi è già un deciso miglioramento. Una consolazione, appunto.
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