La storia non è un ambulatorio

A proposito di malattie del passato e di diagnosi retrospettive.

Sono diversi anni che studio la Peste Nera, la grande falciatrice di vite del passato, e devo dire che ogni volta che cerco di applicare dei paradigmi epidemiologici alle fonti documentarie mi trovo quasi sempre davanti a cose che, a prima vista, non tornano; per cui prudentemente mi fermo e cerco di studiare un po’ di più. Sarà per questo che non scriverò mai un libro definitivo sulla Peste Nera del basso Medioevo, come invece ha fatto Oleg Benedictow. Poco male, visto che qualche anno dopo la pubblicazione di quel ponderoso saggio si è scoperto (ma era già nell’aria) che il modello di peste sostenuto dallo storico norvegese non era compatibile con quello che sappiamo oggi sull’epidemiologia di Yersinia pestis, ovvero quella medievale, forti delle grandi novità della genomica e della metabolomica che ci hanno permesso di tipizzare il batterio di quell’epoca (anzi, di quelle epoche, visto che la peste ha imperversato come minimo dall’Età del Bronzo) e di capire che il batterio era un po’ differente, sia dal punto di vista della virulenza sia delle modalità di trasmissione, da quello studiato da Yersin a Hong Kong nel 1896 e su cui si basa tutta la letteratura sulla peste, antica e moderna. Benedictow, dal canto suo, non l’ha presa molto sportivamente: lo capisco, anche se è un po’ da arroganti intitolare il suo ponderoso lavoro “The Black Death 1346–1353 – The Complete History”, perché magari c’è qualcuno più “completo” di te.

Ma fin qui si lavora su una malattia che ha fatto milioni di morti, di cui si trovano ancora, a distanza di quasi settecento anni, fosse comuni di scheletri allineati o stanzoni pieni di cadaveri, da poter analizzare e studiare in laboratorio. Il problema è quello delle altre epidemie che arrivano in quegli anni, poco prima o poco dopo: si fanno i loro bravi morti, e poi spariscono. Pochissime descrizioni, addirittura solo una nota a margine in una cronaca. In fondo nel Trecento, specie dopo gli anni Trenta, le alluvioni, le carestie e le epidemie si alternavano o si sovrapponevano con una frequenza diabolica. Il cambiamento climatico, iniziato nel ’21 più o meno, complicato dall’esplosione di tre vulcani in sequenza in cento anni e probabilmente anche da un po’ di contributo antropico, seppur localizzato, stava cambiando profondamente la società. Senza contare le guerre, naturalmente. Insomma, un periodaccio: tanto difficile da studiare dal punto di vista della sanità e della medicina, quanto estremamente interessante. Un lavoro faticoso, tanto che qualche volta mi viene da invidiare qualche collega che pubblica diagnosi retrospettive basate su fonti letterarie o iconografiche con la sicurezza di un clinico moderno, e parecchio bravo, per di più.

D’altronde la patografia, cioè la diagnosi retrospettiva, è sempre andata di moda, almeno dal XIX secolo in poi: oggi, però, non passa settimana che qualche giornale non pubblichi diagnosi “storiche” mirabolanti e spesso difficilmente sostenibili perché basate su evidenze, onestamente, debolissime. E spesso poco storicizzate. Perché il pericolo è che la diagnosi retrospettiva può funzionare come una macchina che fabbrica verosimiglianza, e a volte la macchina è così efficiente da convincere persino chi la manovra. Il lettore, davanti a un racconto epidemiologico pieno di dettagli, tende a scambiare la densità narrativa per prova. E invece quella densità, spesso, è il segno della libertà congetturale: quando le fonti non bastano, la diagnosi si alimenta di analogie contemporanee, di compatibilità “plausibili”, di modelli presi dal presente. Vi faccio un esempio.

Esistono notizie di una strana malattia epidemica registrata nell’Inghilterra del XVI secolo: il sudor anglicus, una malattia che si manifestava con ansia improvvisa, brividi, sudore, mal di testa, dolori articolari e spossatezza. Nei casi gravi la morte poteva sopravvenire dopo alcune ore. L’epidemia si presentò periodicamente nell’arco di cinquant’anni, poi scomparve. Le fonti medievali e moderne segnalano spesso epidemie le più varie, magari limitate ad un territorio più o meno ampio; addirittura epidemie che colpiscono assieme uomini e animali. È difficile, se non impossibile, la maggior parte delle volte, capire di che cosa si tratti. Probabilmente di infezioni virali, magari zoonosi, ma chi lo sa. Però, negli anni Novanta, si affaccia l’idea di una possibile analogia tra il sudor anglicus e la Hantavirus Pulmonary Syndrome riconosciuta nel 1993 nel Sud-Ovest degli Stati Uniti, e la discussione si accende sulle analogie basate sulle descrizioni dell'epoca per cercare compatibilità cliniche. Poco dopo, Carlson e Hammond propongono come candidato eziologico il virus della febbre emorragica Crimea-Congo, un parente abbastanza stretto del virus Ebola, e si spingono fino a costruire una trama storica molto concreta: epidemie originate nelle classi alte, caccia al cervo, infezione da zecche o carne contaminata, e possibile diffusione in ambienti affollati, anche per trasmissione persona-persona. Ovviamente non c’è alcuna prova biologica (come per esempio abbiamo oggi per la diagnosi di peste antica) e nemmeno ci sono evidenze probanti, come l’emorragia, tanto che gli autori si lasciano sfuggire una considerazione che ha un sapore un po’ paradossale:
«A causa della paura generata dalla malattia da sudorazione, i pazienti non venivano esaminati accuratamente dai medici, e il trattamento popolare, che prevedeva di coprire completamente il paziente con lenzuola senza esporre la pelle all'aria, poteva aver ulteriormente nascosto segni importanti di sanguinamento».

Insomma, se tu stesso ammetti che le tue fonti sono poco attendibili, di cosa stiamo parlando?

Comunque sia, lo “scoop” diagnostico funziona, specialmente oggi. L’ecosistema digitale premia frasi nette, non ipotesi caute; premia il colpo di scena, non il lavoro di contesto. E la diagnosi retrospettiva è perfetta per il mercato dell’attenzione: è breve, assertiva, vendibile. Si vende bene ciò che ha un colpevole, una causa unica, un nome definitivo.

Ma non è solo una questione di scoop: la diagnosi retrospettiva offre, per così dire, una forma di consolazione epistemica. La storia è complessa, piena di ambivalenze, mentre la diagnosi è binaria: o è quello o non è quello. Tradurre un fenomeno storico in una categoria clinica contemporanea significa spesso sostituire la complessità con un’identità stabile.

Il punto centrale è che le etichette diagnostiche moderne non sono semplici nomi neutrali, ma pezzi di un sistema: classificazioni, criteri diagnostici, evidenze statistiche e così via. Quando applichiamo tutto questo ad un mondo che condivideva un sistema diverso, stiamo facendo una operazione ad alto rischio. Perché il rischio è doppio: l’anacronismo, ovvero proiettare nel passato le nostre categorie, e il presentismo, cioè usare il passato come specchio delle nostre convinzioni contemporanee.

C’è anche un altro problema: le fonti non sono trasparenti. Le fonti antiche – cronache, necrologi, trattati, iconografie – non sono registrazioni oggettive di sintomi; sono prodotti culturali, pieni di retorica, selezioni, omissioni, gerarchie. E non è vero che “più antiche” significhi “più ingenue”: spesso sono sofisticate proprio nel modo in cui costruiscono ciò che vogliono far vedere. A questo si aggiunge un fatto ancora più concreto: anche quando lavoriamo con raccolte moderne di documenti sulle epidemie, non stiamo usando materiali neutrali, perché ogni edizione è una selezione e ogni selezione incorpora le preoccupazioni di chi l’ha fatta. L’effetto finale è quello di un telefono senza fili molto colto: un’etichetta passa di mano in mano, cambiando senso, finché arriva a noi e noi la convertiamo nel nostro linguaggio clinico. In questa catena, il rischio è di scambiare la stabilità del termine finale per stabilità del fenomeno.

In fondo, la domanda che dovrebbe accompagnare ogni diagnosi retrospettiva è semplice e un po’ brutale: a che serve? Serve a capire meglio il passato, o serve a rendere il passato più vendibile oggi? Se la risposta è la seconda, siamo già fuori dalla storia. Se la risposta è la prima, allora si può procedere. Ma ricordando sempre che la storia non è un ambulatorio, e che “dare un nome” non è sempre un progresso.

A volte, la vera precisione consiste nel sapere dove fermarsi.

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