La paperetta di Rabelais

Racconto breve

«[…] Provai quindi, continuò Gargantua, a forbirmi con una parrucca, con un origliere, con una pantofola, con un carniere, con un paniere – Oh l’ingrato forbiculo codesto! – poi coi cappelli. Notate che i cappelli: taluni sono lisci, altri pelosi, altri vellutati, altri di seta, altri di raso. Migliori di tutti sono quelli col pelo, che astergono la materia fecale in modo perfetto. Poi mi forbii con una gallina, con un gallo, con un pollastro, con una pelle di vitello, con una lepre, con un piccione, con un marangone, con una borsa d’avvocato, con una barbuta, con una cuffia, con un logoro.
Ma, concludendo, dico e sostengo che non v’ha forbiculo migliore d’un papero di copiosa peluria, tenendogli però la testa fra le gambe. Lo affermo sul mio onore, credetemi: voi sentirete una voluttà sbalorditiva […].
Oh, non è da credere che la beatitudine degli eroi e semidei che se la godono nei Campi Elisi derivi dal loro asfodelo, o dall’ambrosia e dal nettare, come dicono le nostre vecchierelle. La loro beatitudine viene, a mio avviso, dal forbirsi il culo con un’ochetta. La pensa così anche mastro Giovanni Duns Scoto».
(François Rabelais, La vie de Gargantua et de Pantagruel)

Anno Domini 1532, a Lione. In una larga e vecchiotta fontana, piena di fregi e volute, di fronte a una bella casa anch’essa vecchiotta ma grande e ben tenuta, una paperetta si stava accuratamente pulendo il piumaggio, candido e morbido. Era almeno un quarto d’ora che era lì: tutta impegnata a bagnarsi e a strofinarsi col becco.

Una folaga arrivò quasi in picchiata, poi planò con una certa eleganza sul piccolo specchio d’acqua. Veniva da lontano e aveva bisogno di un po’ di riposo. Aveva visto la fontana dall’alto e aveva subito notato il lavorio di quella giovane papera che, tra l’altro, guardandola adesso un po’ più da vicino, era decisamente sporca e puzzolente.

La folaga si tenne a distanza, osservandola con curiosità; poi, come se avesse avuto un’illuminazione, le chiese:
«Dimmi un po’, paperetta: chi è il tuo padrone?»
La paperetta interruppe il suo paziente lavoro, scrutò la folaga, che continuava a tenersi a debita distanza, e rispose sospettosa:
«Perché lo vuoi sapere?»
«Oh, così. Curiosità. Guardandoti da vicino ho avuto il sospetto che tu conosca Rabelais, il medico dell’ospedale Notre-Dame-de-Pitié.»
«Il dottor François Rabelais, prego», ribatté la paperetta con un certo sussiego. «Commentatore di Galeno e Ippocrate, e dal greco, per di più. E poi grande scrittore, e anche poeta.»
«Come vuoi, cara. Però non credevo che il tuo padrone mettesse in pratica le cose che scrive», sghignazzò la folaga.
«Perché no? Scrive anche sulla base dell’esperienza, non credi?»
«Certamente, certamente. E quindi tu saresti…»
La paperetta si impettì e, con voce solenne, rispose: «Sono la forbitrice morbida del mio padrone. Una professione complessa.»
«Professione?»
«Certo: professione. E poi io sono unica, come dice sempre il mio padrone.»
«Che intendi?»
«Intendo che sono unica, cara la mia folaga, non perché sono papera, ma perché la mia corporalità è legata al mio essere: ovvero essere il nettaculo di un grande intellettuale, che diamine.»
«Mica male, la paperella», pensò la folaga; poi ribatté, sforzandosi di restare seria: «Sarebbe questa, dunque, la tua haecceitas, come direbbe il grande Duns Scoto?»
La paperetta rimase a bocca aperta.
«Conosci il pensiero di Duns Scoto, folaga?»
«Che ti credi? Io sono una folaga istruita. Vengo da Parigi, dove razzolo tra la Senna e la Sorbona» disse scuotendo leziosamente la coda.
La paperetta fece cenno di un inchino. «Mi scusi tanto, mia signora. Non immaginavo di avere di fronte una folaga platonica.»
«Sì, sì. Scherza pure, ma continuo a non capire. Non capisco come tu possa essere così fiera del tuo lavoro, anzi scusa: professione, che mi sembra, perdona il termine plebeo, un po’ merdoso.»
«Sembra. Ma tieni conto che è merda di medico e intellettuale: insomma, di un grand’uomo.»
«Anche frate, mi risulta. Alla Sorbona lo conoscono bene… e lo detestano» replicà la folaga.
«Oh, beh. Gente che manca di spirito. Boriosi professori di teologia», rispose la paperetta scuotendo la testa. «E comunque, tornando al tuo discorso: io sono uno strumento formidabile di salvezza. La mia salvezza, innanzitutto. Finché gli pulisco il sedere (e credimi, sono brava), non rischio la casseruola o, peggio, di finire in cantina, in una pentola di coccio, ridotta in confit
«Quindi il tuo è solo opportunismo, non ideologia!» finse di indignarsi la folaga.
«Calmati, folaga mia. Non è solo questione di opportunismo e di avversione alle casseruole, anche se questo potrebbe essere un valido motivo. Non so se il pensiero che qualcuno ti tiri una schioppettata al volo, per poi cucinarti in salmì, ti mandi in sollucchero.»
«Niente affatto.» rispose la folaga.
«Per l’appunto. E poi, che credi? Io sarò anche una papera, ma vedo molto lontano.»
«Cioè?»
«Cioè: pensa che c’è gente che si forbisce con la carta. Ed è un’usanza che, ahimè, sta prendendo sempre più piede. Insomma: che fine sta facendo la sacralità del foglio che attende l’azione del calamo e dell’inchiostro, per trasformarsi in lettera,  in una raccolta di versi o un disegno o la pressione del torchio del libraio per amore dei filosofi e dei letterati? E poi: quanti alberi verranno tagliati per permettere a questa gente — troppa gente, che spesso non sa né leggere né scrivere e quindi non ha rispetto di nulla — di pulirsi il didietro con la materialità del sapere e dell’arte? E poi, diciamocelo: con la carta si rimane sporchi, e la carta è ruvida, gratta. Il papero no: il papero è morbido e gentile. E poi, se ci pensi bene, nessun albero — usando il papero — verrebbe tagliato per pulirsi il culo.»
«Albero?» chiese la folaga un po’ sopraffatta dall’eloquenza della paperetta.
«Foreste, mia cara, foreste. Alberi e alberi tagliati per fornire carta, magari arrotolata, squadrettata, pieghettata, per nettare milioni — anzi, nel futuro (se Dio ci assiste) miliardi — di deretani bisognosi. Una catastrofe, più dannosa di mille incendi. Ma c’è sempre la speranza.»
«Ovvero?»
«Che l’umanità, la cultura della carta da culo, si ravveda in tempo, fermando il disastro.»
«Quindi niente più carta?» obiettò la folaga.
«Molto meglio: un ritorno alla papera morbida e piumosa, il forbiculo degli Dei. Paperette morbide in ogni casa, ben custodite e lavate; e poi, da grandi (destino, ahimè, ineluttabile), gustate con rispetto dall’intera famiglia riunita attorno al desco della domenica. Ecco perché ti dicevo che siamo importanti: che io sono importante per la Natura.»
«Dici?»
«Ne sono certa. Sarà un mondo nuovo, più pulito e felice. Perché le papere morbide sono…»
«Come?» chiese la folaga.
«Biosostenibili!» scandì la paperetta con solennità.
«Che diavolo di parola sarebbe “biosostenibile”? E poi che vorrebbe dire?»
«Beh, significa… Oh! Al diavolo. Suona così bene, e sono sicura che prima o poi sarà una parola di gran moda, specie tra la borghesia di città.»
«Sei proprio un’oca», commentò la folaga scuotendo la testa. E con un veloce battito d’ali si dileguò verso settentrione.

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