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La gobba in dote
Matrimoni dinastici, certificati medici e altri piccoli problemi della nobiltà tardo-medievale

Nel 1409 i Gonzaga, signori di Mantova, e i Malatesta signori di Urbino si accordarono per far sposare Paola Agnese, figlia di Malatesta IV Malatesta, e Gian Francesco Gonzaga, giovanissimo Capitano del Popolo di Mantova, anch’egli figlio di una Malatesta, ovvero Margherita, signora consorte del signore di Mantova. I due sposi novelli erano parenti fra di loro, ma la cosa non era poi insolita fra le signorie o fra le grandi famiglie mercantili dei Comuni italiani. Nei vari contratti stipulati tra le due famiglie compaiono anche elenchi di beni e oggetti relativi alla dote della novella sposa. Però in nessun documento, com’è ovvio, si parla di un particolare che Paola Agnese portò in dote, ovvero una forma di cifoscoliosi familiare. Insomma, per dirla in parole povere, la gobba.
Questo particolare fisico sarà un problema per i Gonzaga quando tenteranno di maritare le figliole. D’altronde, all’epoca, le figlie erano merce politica: il che non toglie che poi, dopo il matrimonio, queste talora raggiungessero uno status politico effettivo maggiore di quello dei consorti. Ma l’amore nelle corti, nei castelli e nelle oligarchie mercantili era un fatto del tutto secondario, salvo eccezioni dovute più che altro al caso.
Susanna Gonzaga, secondogenita del marchese Ludovico, figlio di Gian Francesco, fu richiesta in sposa dal duca di Milano per il figlio Galeazzo Maria. Susanna aveva tre anni, ma quando diventò più grandicella cominciò a ingobbirsi, per cui venne sostituita dalla sorella Dorotea e spedita in convento. Gli Sforza però, a quel punto, non si fidavano più e richiesero a Ludovico un certificato medico che attestasse che Dorotea non sarebbe diventata gobba, né ora né mai. Ludovico sdegnosamente rifiutò e il convento delle Clarisse di Mantova accolse, immaginiamo con grande soddisfazione, anche la seconda Gonzaga.
A quel punto Ludovico dovette abbassare la mira: fatta clarissa anche la quartogenita Cecilia, riuscì a far sposare Barbara, la penultima figlia, a Eberardo I, duca di Württemberg, probabilmente tirando fuori la sua parentela con l’imperatore Sigismondo.
Restava Paola, l’ultima figliola. Paolina Gonzaga non era certamente una bellezza, perlomeno come la vediamo ritratta nella Camera degli Sposi nel castello di san Giorgio di Mantova: aveva la fronte un po’ sporgente e, soprattutto, la sua schiena non era propriamente dritta. Che fare? Un’altra figliola clarissa anche no. E qui Ludovico tentò un colpo gobbo (visto che siamo in tema). Insomma la propose, o fece in modo che venisse richiesta, a Leonardo, conte di Gorizia, rude feudatario carinziano che possedeva però terre e castella strategici ai margini del Patriarcato di Aquileia, ormai sotto il dominio della Serenissima Repubblica di Venezia. E poi era meglio che niente.
Paola ovviamente non si trovò bene per nulla, fra Gorizia e Lienz. Non che Leonardo la trattasse male, a parte appropriarsi piuttosto disinvoltamente della sua dote, ma l’ambiente culturale della Carinzia e della terra goriziana non era certamente quello di Mantova e, anche se le sarà sembrato di vivere in una novella cavalleresca di un secolo e mezzo prima, non credo che per lei fosse una grande soddisfazione.
Di Leonardo e Paola abbiamo diverse notizie: innanzitutto i loro ritratti nel castello di Lienz, ma soprattutto una testimonianza in qualche modo neutrale da parte di Paolo Santonino, notaio patriarcale, che nel 1485 intraprende un viaggio assieme al vicario del Patriarca di Aquileia per una visita pastorale nella parte oltramontana della sua diocesi. Paolo Santonino è marchigiano e non è per nulla abituato non tanto agli usi delle terre patriarcali quanto a questi signori e popoli che vivono al di là delle Alpi; tanto che ci lascia un resoconto fedele e talora divertentissimo di questo viaggio e degli altri due che negli anni successivi lo porteranno a visitare, oltre alla Carinzia, anche la Stiria e la Carniola. Insomma, per il nostro notaio quello è un viaggio fra gente barbara, che mangia cavoli cappucci col lardo e importa vino dalle valli friulane perché non ne ha di buono nelle proprie terre. Certo, ci sono belle castellane che magari si offrono di farti il bagno lavandoti la schiena per obbligo di ospitalità, cosa che imbarazza molto il buon Paolo, ma che comunque narra tutto con un certo meravigliato divertimento.
Il 10 ottobre 1485 il vicario del Patriarca, col suo seguito, arriva alla cittadina di Nussdorf, famosa per le sue noci, e, dopo un lauto pranzo, si mette a cresimare i fedeli nella chiesa principale. È presente anche il conte di Gorizia con la moglie e il seguito, in gran pompa. Santonino è meravigliato da questo personaggio che si presenta come un feudatario di un secolo prima, vestito in modo curioso, che parla solo in dialetto, è arrogante e violento, ma ha una sposa dai modi graziosi, anche se… Ma lasciamo la parola al Santonino:
L'11 del mese il nostro presule dedicò il coro con l'altare della chiesa di sant'Elena […]. Poi pranzammo, e ci furono serviti, oltre a molte altre portate, dei tordi allo spiedo, che in questa regione sono rari e vengono considerati uccelli prelibati […]. Finito il pranzo, il presule per la seconda volta entrò in chiesa e qui somministrò a molti la cresima. Fu presente fra loro anche il signore di Gorizia con la signora contessa e i suoi uomini: saranno stati una quarantina, e cavalcarono fin verso le tre del pomeriggio. Il vescovo somministrò la cresima a dieci ragazze abbastanza graziose, fantesche della contessa. Lo stesso fece a molti servi del conte: ma siccome il presule non li aveva schiaffeggiati forte come lui avrebbe voluto, si arrabbiò un poco, e dopo aver detto "Nit Gut pisciolf" ["Il vescovo non ha fatto bene!"], uscì di corsa dalla chiesa: poi ne percosse lui stesso di sua propria mano alcuni con una certa violenza, di fronte al presule che amministrava la cresima: e si vide che la principessa non gradì molto quel comportamento. Indossava una veste nera e corta, e portava due spade, una corta e una un po' più lunga; sul capo aveva un cappello di seta che lo copriva secondo il costume antico, con una corona colta da poco da un verde salice. La contessa poi aveva una veste scura di seta, ornata con molte perline e con perle grandi, e il cavallo che la portava aveva una gualdrappa dorata. E' una donna di aspetto bello e dignitoso: ma la spalla destra è più alta della sinistra, e questo ne rende un po' deforme l'aspetto. E' amata e rispettata da tutti per la sua eccezionale gentilezza. E c'erano nel seguito di quel principe diversi cavalieri aurati, fra i quali il signor Virgilio. Li precedevano quattro trombettieri che suonavano con forza le trombe. Il conte e la principessa stavano in mezzo ai cavalieri; li seguivano le fanciulle e le donne sposate; in fondo e ai lati c'erano armigeri, e così in cima al corteo. Se ne andarono senza salutare il vescovo, rimasto in chiesa a celebrare la funzione sacra.
Paola non riuscì a dare figli a Leonardo: ebbe una sola figlia che morì in fasce, per cui alla morte di Leonardo il suo patrimonio passò all’Imperatore.
Il caso di Leonardo e Paola non fu un caso isolato. Un esempio interessante: il conte Guecello II di Prata, morto attorno al 1262, celebre e inguaribile ghibellino, imparentato con Ezzelino III da Romano (detto il Terribile), luogotenente dell’Imperatore Federico II, sposò Milisenda, di cui purtroppo non conosciamo il lignaggio. Probabilmente Guecello la sposò quando era a Treviso presso gli Ezzelini: la sua famiglia era sì importante e il suo dominio era una specie di stato-cuscinetto fra Venezia e il Patriarcato, ma, insomma, restava un conte periferico. Milisenda portò nella famiglia una rara forma di craniostenosi, ovvero una deformazione cranica abbastanza singolare e, tra l’altro, l’unica compatibile con la vita: la plagiocefalia vera. Aveva le orbite non proprio allineate e la testa piuttosto asimmetrica: insomma non era certamente una bellezza. I figli ereditarono da lei questa caratteristica, che conservarono per molte generazioni: l’ultima rappresentante della famiglia, Sofia, andata in sposa al viceré di Croazia e morta agli inizi del ’500, quando le ho fatto la TC (ovviamente non era proprio in carne e ossa, ma direi solo ossa), mostrava ancora i segni, per quanto attenuati, dell’affezione della sua ava lontana. Tra l’altro i conti di Prata si fecero seppellire nella loro chiesa a Prata di Pordenone, ogni tanto assieme alle mogli. Quando abbiamo studiato queste nobildonne, alcuni anni fa, ci siamo accorti di un piccolo particolare: in gran parte avevano affezioni dell’anca o dell’arto inferiore. Insomma, erano claudicanti.
Noblesse oblige, verrebbe da dire.
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