L’erborista e il canterino zoppo

Teatro della salute nelle piazze del ‘400

Il 16 settembre 1484, a Foligno, presso il notaio Taddeo Angelilli compaiono Giovanni di Giovanni da Valencia e Pietro Paolo da Massa detto ‘Lo Zoppo’ per stipulare un contratto di lavoro. Giovanni è un erborista e “venditore di polvere contro i vermi dei bambini”, mentre il massetano è un canterino, ovvero un artista che canta storie nelle pubbliche piazze. Il contratto prevedeva che 'Lo Zoppo' avrebbe seguito Giovanni di città in città in tutta Italia, per un anno, salendo in panca con lui. Pietro Paolo doveva intrattenere il pubblico due volte al giorno, cantando le storie da lui conosciute e per questo servizio Giovanni gli avrebbe pagato un totale di 6 fiorini, ovvero 25 baiocchi al mese, più vitto e alloggio. Il loro rapporto sarebbe simile a quello tra un maestro e il suo 'buon e fedele discepolo o servitore. Lo Zoppo era libero di esercitare la sua professione da solo, così come quella di calzolaio quando non fosse stato impegnato con le esibizioni per di Giovanni.

Insomma, lo spagnolo è un venditore di semplici e di uno specifico, di cui probabilmente aveva una licenza di vendita. Un erborista ambulante che si associa a un musicista per poter aumentare il suo pubblico e poter vendere più facilmente i suoi rimedi: a prima vista, secondo il metro di oggi, un ciarlatano imbonitore, un Dulcamara del XV secolo che magari propinava elisir d’amore o acque miracolose contro le più svariate infermità. Tra l’altro il termine ciarlatano è di poco posteriore al contratto che abbiamo riportato, ma con un preciso significato, che poi è più o meno quello odierno, cioè di vagabondo da cui bisogna “guardarsi dalle lor sottili e finissime arti, e malitie, con le quali vanno ingannando i semplici e trapollando gli ignoranti”, come avvertiva nel ‘600 Raffaele Frianorio dando alle stampe una sua traduzione di un Liber Cerretanorum della fine del ‘400. Ciarlatani o cerretani, gente caduta in povertà o miserabili senza arte né parte che si spacciano santi frati per vendere reliquie miracolose, o si fingono paralitici o epilettici per commuovere la gente e in qualche modo estorcere loro elemosine. Diabolici falsari, scaltri analfabeti che riescono a raggirare la povera gente. Nulla di nuovo sotto il sole, ovviamente, se non fosse che questo genere di vagabondi nasce in un periodo di crisi, ovvero nel ‘500, in quello che Pietro Camporesi, alla fine del secolo scorso, chiamava il paese della fame. Ma ogni periodo di crisi ha i suoi ciarlatani: pensiamo a cos’è successo con la crisi del Covid-19 seppure ad altri livelli e con altre modalità.

Un errore storiografico è però quello di equiparare tutti i lavoratori ambulanti della sanità del tardo medioevo e dell’età moderna come ciarlatani. I cavadenti che nell’800 si presentavano col carro nella piazza del paese per offrire i propri servigi (e i propri mirabolanti rimedi) alla parte dolente della popolazione, facevano parte di un universo complesso e disomogeneo di operatori della salute a cui si rivolgeva una parte della società che per cultura o per mezzi non aveva difficoltà ad usufruire di un medico “ufficiale”: ricordiamoci che la medicina “igienista” del XIX secolo si è diffusa stabilmente nella società italiana grazie alla Grande Guerra, dove soldati provenienti da tutt’Italia hanno conosciuto per la prima volta un ufficiale che imponeva loro, e a loro vantaggio, igiene e vaccini, ospedali e terapie. Anche in prima linea. Ancora negli anni ’60, nelle realtà rurali del Paese molta gente si rivolgeva a operatori carismatici, fattucchieri e fattucchiere, medicastri e mammane, fino alle dispensatrici familiari di rimedi medico-magici per la cucitura degli orzaioli o per far passare il mal di gola, tra gesti, formule magiche e candele benedette.

Quindi l’erborista vagante era semplicemente uno dei professionisti della sanità del tardo medioevo, uno di quegli empyrici magari schifati dai medici fisici che avevano fatto l’Università e che magari occupavano un ruolo di rilievo nella vita politica della città, ma comunque insufficienti numericamente e soprattutto troppo costosi per una clientela che non fosse quella della borghesia cittadina. E poi c’erano le campagne, i borghi e i villaggi, ovviamente. Insomma un buon empirico poteva dare un contributo notevole a livello della salute, mantenendo prezzi onesti.

Ritornando al nostro erborista e al suo compagno, evidentemente le entrate non dovevano essere poi così misere, visto che Pietro Paolo riceveva uno stipendio mensile “netto” abbastanza interessante e soprattutto non esclusivo, nel senso che gli dava la possibilità di realizzare guadagni extra sia come canterino che come artigiano ambulante.

 Però c’è una domanda interessante da farci, tenendo conto che la medicina degli empirici non doveva essere completamente scevra di una certa aura magica, specie se il pubblico a cui il curatore si rivolgeva era di estrazione culturale modesta. Ma non solo: che l’aura del curatore migliorasse il risultato della terapia era una cosa che, specialmente nel medioevo, non solo era stata notata, ma era stata anche discussa da medici dotti anche di estrazione universitaria, dal salernitano Arcimatteo a Gentile da Foligno. Insomma il medico (o il terapeuta senso lato) avrebbe comunque un’efficacia propria a prescindere dall’efficacia della terapia. Ed ecco non solo il motivo, per Giovanni, di dotarsi di un canterino, narratore, magari affabulatore ma comunque dotato di un potere che si estrinseca attraverso il canto, un in-cantamento cioè che può amplificare l’aura del terapeuta. E poi Pietro Paolo da Massa è detto “Lo Zoppo”, un particolare da non dimenticare. Certo, molti canterini e musicisti erano menomati: spesso ciechi (Francesco Landini, ma anche Giovanni Orbo e Francesco Cieco di Ferrara) ma anche zoppi, come il celebre Nicolò d'Aristotele Zoppino che si esibiva nei primi del ‘500 alla corte di Ferrara. Ma uno zoppo accanto a un erborista può avere una valenza diversa, perché la zoppia, da un punto di vista folklorico, è legata alla magia. Se il diavolo è zoppo (pensiamo per esempio ai krampus delle tradizioni del Nord Est), la zoppia è comunque legata, sin dall’antichità, al rapporto con l’oltretomba, come ci ha insegnato Carlo Ginzburg. Anche se più probabilmente il rapporto tra zoppia e magia il medioevo cristiano l’aveva ben chiaro attraverso la storia di Simon Mago, l’esperto di arti magiche e illusorie di cui si ricorda - anche nell’iconografia - la rovinosa caduta mentre era magicamente in volo su Roma: Pietro, come ci riportano gli Atti (anche in varie versioni apocrife) pregò il Signore perché questo mago cadesse pur senza morire, dimostrando la sua falsità e, per contro,  la potenza della missione apostolica. E Simon Mago cadde dall’aria spezzandosi una gamba in tre punti, rimanendo zoppo fino alla morte.

Un piccolo palco montato in piazza, un venditore di rimedi col suo assistente cantastorie: un teatro della salute fatto di voce, gesti, erbe e simboli.

Altri teatri, altre rappresentazioni.

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