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Il prezzo della pace
I "mascalzoni" e le scorie della guerra nel Medioevo tra Siena e Massa di Maremma

Ambrogio Lorenzetti dipinse la pace, nel Palazzo Comunale, come il governo dei Nove voleva che i Senesi la vedessero: un paesaggio disteso, botteghe aperte, contadini al lavoro, danze in piazza. È l’immagine che tutti ricordano del Buon Governo senese. Ma quella pace, sulla parete, non era una speranza: era un’affermazione di chi comandava, un ideale già incrinato in partenza dai conflitti sociali e dalle parti di una delle città più faziose d’Italia. Nel giro di due sole generazioni la storia avrebbe preso una direzione ben diversa.
Nel secondo Trecento, infatti, Siena conobbe un profondo declino: crisi demografica, carestie, epidemie, indebitamento e perdita di dinamismo commerciale si combinarono con ben trentasette incursioni delle compagnie di ventura che, tra il 1342 e il 1399, devastarono le campagne, interruppero traffici e raccolti, imposero riscatti e aggravarono la fiscalità comunale. Offrirono inoltre a fuoriusciti, nobili scontenti e lavoratori ribelli strumenti armati da rivolgere contro il governo.
La «pace» tenacemente perseguita da Siena nei confronti delle compagnie di ventura era finalizzata soprattutto a evitare devastazioni immediate, ma non era una pace stabile né una reale pacificazione politica. Disponendo di risorse militari e finanziarie limitate, Siena preferì spesso negoziare con le compagnie e pagare cospicue somme di denaro perché si allontanassero o promettessero di non attaccare il territorio. Erano, insomma, accordi di non aggressione, tregue comprate a peso d’oro, vere e proprie estorsioni mascherate da trattative. Nel breve periodo poteva persino sembrare una scelta razionale: una campagna militare rischiava di costare ancora di più e di lasciare dietro di sé distruzioni irreparabili. Ma questa politica alimentava un circolo vizioso: dimostrava che Siena era disposta a pagare, attirava nuove compagnie, obbligava il Comune a imporre prestiti forzosi e tasse, sottraeva capitali all’economia.
Firenze si comportava diversamente, pur pagando anch’essa quando necessario: comprava le compagnie prevalentemente per fare guerra o per condizionare l’equilibrio politico. Siena aveva minori possibilità di trasformare il denaro versato in uno strumento politico offensivo: per questo la sua «pace» era fragile, costosa e continuamente rinegoziata. Era, insomma, più una forma di protezione estorta che una reale sicurezza. Il lungo deterioramento politico e finanziario della Repubblica, aggravato dalle compagnie di ventura, contribuì alla dedizione di Siena a Gian Galeazzo Visconti nel 1399.
Il passaggio di Giovanni Acuto nel 1375 e la guerra contro la compagnia dei Bretoni nel 1379-1381 portarono devastazioni nel contado e a un crescente intreccio fra compagnie, potenze esterne e fuoriusciti senesi. La Maremma e il Monte Amiata, scarsamente popolati ma ricchi di bestiame, cereali, boschi e vie di transito, furono tra le aree più vulnerabili e più colpite. E qui non furono soltanto le compagnie di ventura a fare danni: dopo il loro passaggio rimasero le scorie, non meno pericolose — i mascalzoni.
Il termine “mascalzone” nel Trecento non aveva ancora il significato odierno di “furfante”: derivava dal longobardo marhskalk — stalliere o palafreniere, lo stesso etimo di “maniscalco” e “maresciallo” — e indicava originariamente i garzoni di stalla; poi, per estensione, una categoria di giovani vagabondi, lavoratori itineranti senza fissa dimora e marginali urbani. In questo caso si trattava più probabilmente di gruppi di soldati o di aiutanti smobilitati e riorganizzati in piccole bande, che avevano in qualche modo imparato dai loro vecchi condottieri quanto fossero fragili le istituzioni pacifiche: e quindi rapivano, uccidevano, taglieggiavano città e cittadini. Negli anni Ottanta del Trecento si realizza in qualche modo l’incubo dei Cavalieri dell’Apocalisse scongiurati nelle preghiere e nelle rogazioni: a peste, fame et bello, libera nos Domine.
Prendo come esempio un caso che sto studiando: Massa di Maremma. Nel 1381 un’annata particolarmente piovosa rovina i raccolti, provocando una grave carestia e indebitando il Comune e i cittadini, costretti a comprare il grano altrove; l’anno successivo ritorna un’ondata di peste. L’anno dopo ancora il Comune si rende conto di dover fare qualcosa per ridurre la piaga dei mascalçones, che «ogni giorno tramano di danneggiare e opprimere i cittadini di Massa nei beni e nelle persone».
Il problema non è da poco: ci sono già stati quattro cittadini rapiti e uccisi a scopo di estorsione. C’è addirittura chi sostiene questi malfattori: «E se qualcuno con animo deliberato avrà portato da Massa a detti malfattori, o ad alcuno di loro, pane, vino o qualsiasi altra cosa buona, sia condannato a cento lire di denaro». Segno che queste bande vivono fuori città, forse tra le rovine di borghi o castelli abbandonati dopo la grande crisi demografica successiva alla peste del 1348.
Il Comune decide di mettere una taglia di cinquanta fiorini per ogni mascalzone portato, vivo o morto, al podestà. Non basta. Spunta perfino un delatore segreto che sa dove e come catturarne alcuni, ma vuole cento fiorini più l’anonimato: cosa che la legge non permette, benché si cerchino sistemi complicati per pagarlo aggirando i divieti. Nulla sembra efficace: il problema si ripresenterà negli anni seguenti.
D’altronde Massa è legata ai destini di Siena e ne seguirà tristemente il declino, anche perché Siena, per pagare le compagnie di ventura, esigerà ulteriori tasse dal proprio contado e dalle città soggette. Una spirale economica e sociale distruttiva.
Ma è davvero questo il prezzo della pace?
È una domanda terribile da porsi, anche perché i meccanismi della sicurezza e della pacifica convivenza sono più o meno gli stessi in ogni epoca storica. E oggi, mentre siamo vicini a ben due guerre, sappiamo bene quanto questa sia una domanda importante.
A peste, fame et bello…
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