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Il cuore mangiato
Amore, vendetta e cannibalismo cortese nella letteratura medievale

"Guglielmo di Cabestaing fu un cavaliere della regione di Rossiglione, che confina con la Catalogna ed il Narbonese. Fu uomo molto avvenente nella persona e molto pregiato nell'armi e nelle cortesie e nei servigi di vassallo. E c'era nella sua regione una dama che aveva nome madonna Soremonda, moglie di don Raimondo di Castel Rossiglione, ch'era molto nobile e ricco e cattivo e crudele e fiero e orgoglioso. E Guglielmo amava d'amore la donna, e cantava di lei e componeva per lei le sue canzoni. E la dama, ch'era giovane e gaia e nobile e bella, gli voleva bene sopra ogni cosa al mondo. E ciò fu riferito al marito, che indagò ogni cosa, e un giorno trovato Guglielmo senza compagnia, lo uccise. E poi fece trarre il cuore dal petto e tagliare la testa. E fece arrostire il cuore e lo fece condire con la peverata, e lo fece dare da mangiare alla moglie. E quando la donna l'ebbe mangiato, Raimondo le chiese: "Sapete voi che cosa avete mangiato?" ed ella rispose: "No, se non ch'è stato un cibo molto buono e saporito". Ed egli le disse che quel ch'ella aveva mangiato era il cuore di ser Guglielmo di Cabestaing; e perché meglio lo credesse, fece portare la testa innanzi a lei. E quando la donna ciò vide e udì, perdette la vista e l'udito. E quando rinvenne disse: "Signore, per certo m'avete dato così buon mangiare, che mai più non mangerò altra cosa". E quand'egli udì ciò le corse sopra con la spada, e volle colpirla sulla testa. Ed ella corse ad un balcone e si lasciò precipitare giù. E così morì."
(Vida anonima di Guglielmo di Cabestaing)
Il tema del cuore mangiato attraversa la cultura medievale occidentale con un'insistenza quasi ossessiva: dal triste Lai Guirun, cantato da Isotta nel Roman de Tristan di Thomas — nel quale già compare il cuore dell'amante dato in pasto con l'inganno alla donna amata — fino alle successive sedimentazioni fiabesche della tradizione europea, dove quell'immagine conserva ancora qualcosa della sua antica potenza evocativa. Si pensi alla perfida matrigna di Biancaneve, che chiede al suo guardacaccia di uccidere la figliastra e di portarle il cuore perché lei lo possa cucinare e mangiare, salvo essere ingannata dalla pietà del servo.
Gli esempi letterari si moltiplicano e diventano via via più complessi. Nel Roman du Castelain de Couci la leggenda ritorna con un gusto quasi cortigiano per il dettaglio della preparazione mentre nello Herzmäre di Konrad von Würzburg acquista invece la compattezza esemplare del racconto morale. Sordello da Goito, nel compianto per Blacatz, capovolge la scena e immagina che il cuore del morto venga mangiato dai signori pavidi, perché da esso ricevano finalmente coraggio. Si arriva così a Dante, che nella Vita Nova spiritualizza l'immagine nel sogno in cui Amore tiene in mano il cuore ardente del poeta e lo porge a Beatrice, "paventosa" e obbediente. L'orrore della vendetta sanguinosa è scomparso, ma resta l'idea che l'amore passi attraverso il cuore offerto e ricevuto, divorato e custodito.
Il racconto di Soremonda sarà ripreso da Boccaccio nella novella di Guglielmo Guardastagno e Guglielmo Rossiglione, con qualche attenuazione e insieme qualche raffinamento narrativo: la donna crede di mangiare un cuore di cinghiale, e il marito ordina al cuoco una "vivandetta" da preparare nel modo più dilettevole. Ma la sostanza non cambia. Anche nel racconto boccacciano la vendetta maschile viene sottratta al suo significato originario e riconsegnata a un'estrema logica amorosa: il cuore che doveva disonorare diventa pegno di comunione, e il pasto, anziché cancellare l'amante, lo rende inseparabile.
Ma torniamo alla Vida del nostro sfortunato trovatore. Tutto, in questo racconto, è eccessivo; eppure tutto è anche perfettamente necessario. L'amore cortese, che di solito parla il linguaggio della distanza, del desiderio celato o trattenuto, della lode e del servizio, viene improvvisamente rovesciato nella materia più cruda trasformandosi in carne e sangue, cucina e digestione. Non si tratta soltanto di un effetto macabro: il cuore mangiato è una delle immagini più radicali che il Medioevo abbia inventato per dire ciò che l'amore ha sempre preteso: l'incorporazione dell'altro, la volontà di non separarsene più. In sintesi, il passaggio dalla metafora alla corporeità.
Raimondo crede di punire la donna imponendole, a sua insaputa, una perfida contaminazione del suo amore trasformando il suo amante in selvaggina. Non a caso il cuore viene arrostito e condito con la peverata, salsa forte e speziata, adatta alle carni nobili e ferine — un dettaglio culinario, ma decisivo: indica che l'amato viene trattato come una preda. Il marito tradito non si limita a uccidere il rivale ma lo degrada, lo rende commestibile, lo fa passare attraverso il rito domestico del pasto. E tuttavia la vendetta fallisce nel momento stesso in cui sembra compiersi, perché Soremonda, scoprendo la verità, non rigetta quel cibo, non lo maledice né lo espelle simbolicamente da sé. Al contrario: lo consacra. Quel cuore, quella carne dell’amato, entrata nel suo corpo con l'inganno, diventa per Soremonda l'ultima e più perfetta forma della sua fedeltà. Se il gesto del marito appartiene al codice della violenza feudale, dell'onore offeso e della conseguente punizione esemplare, la risposta della donna appartiene a un ordine diverso, più alto e senz’altro più terribile, nel quale l'amore non è più soltanto sentimento, ma inesorabile destino al contempo simbolico e corporale. Dopo aver mangiato il cuore dell'amato, Soremonda non può mangiare altro perché ogni altro cibo sarebbe una profanazione, né può continuare a vivere perché la vita stessa non potrebbe che degradare quella presenza assoluta. Il suo corpo, insomma, si è trasformato nel sacro reliquiario dell'amante.
Diciamoci la verità: ogni vero amore sogna un'impossibile incorporazione, e le nostre frasi più innocenti — "ti porto nel cuore", "sei parte di me", "non posso vivere senza di te" — non conservano forse, sotto la loro patina sentimentale, un'antica ferocia?
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