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Fiere del libro e dogane ideologiche
Dal caso Strega alla censura nei festival: quando la cultura diventa un passaporto morale

In Italia si pubblicano ogni anno più di ottantamila opere librarie. Si organizzano centinaia di festival, saloni, fiere e rassegne. Non c'è città che non desideri il proprio palco, il proprio direttore artistico e il proprio scrittore intento a conversare con un giornalista davanti a una platea educatamente partecipe. Il quadro descritto sembrerebbe restituire l'immagine di una nazione di lettori instancabili. Magari fosse così.
Nel 2023 appena il 40,1 per cento degli italiani sopra i sei anni dichiarava di aver letto almeno un libro per ragioni non scolastiche o professionali, e fra questi poco meno della metà si fermava a tre libri l'anno. Il più incoraggiante 57,1 per cento diffuso dall'Istat per il 2024 utilizza una definizione molto più larga, che comprende anche le letture scolastiche e professionali. Insomma: i libri pubblicati aumentano, le fiere si moltiplicano, ma i lettori restano più o meno quelli che sono.
A che cosa servono, allora, tutte queste manifestazioni? Certamente anche a vendere libri, far conoscere autori, sostenere piccoli editori e offrire qualche ora piacevole a chi già legge — sarebbe sciocco negarlo. Sempre più spesso, tuttavia, fiere e festival sembrano assumere una funzione diversa, ovvero certificare l'appartenenza degli invitati, degli espositori e talvolta persino del pubblico a una comunità moralmente approvata. Per questo, lo dico con sincerità, conservo una non lieve diffidenza verso i luoghi nei quali tutti si proclamano liberi mentre controllano con grande attenzione le parole pronunciate dagli altri.
A Più libri più liberi, nel dicembre del 2025, oltre ottanta autori ed editori protestarono contro la presenza di Passaggio al Bosco, casa editrice accusata di costruire una parte significativa del proprio catalogo intorno al patrimonio nazifascista e antisemita. Zerocalcare (dici nulla…) rinunciò alla partecipazione. Il Comune di Roma disertò l'inaugurazione. Per l'edizione successiva, l'Associazione italiana editori ha chiesto agli espositori di dichiarare la propria adesione ai valori antifascisti posti alla base dell'ordinamento costituzionale.
Essere antifascisti in una Repubblica nata dalla Resistenza non dovrebbe costituire un'impresa eroica ma la normalità. Io stesso, che non sono particolarmente legato al pensiero gauche dominante, non avverto alcuna difficoltà a riconoscere il carattere criminale del fascismo storico. Ho qualche difficoltà in più quando un principio politico e costituzionale viene trasformato in una formula da sottoscrivere all'ingresso di una fiera. E poi una dichiarazione obbligatoria non accerta che cosa pubblichi un editore o se violi la legge: accerta soltanto la sua disponibilità a firmare il documento richiesto. Il fascista astuto firmerà. Il liberale cocciuto potrebbe rifiutarsi. È il noto trionfo della modulistica sulla realtà.
Nel frattempo, a Salerno Letteratura è stata revocata a Erri De Luca la prolusione inaugurale dopo che lo scrittore aveva respinto l'uso della parola "genocidio" per Gaza e si era dichiarato contrario al boicottaggio culturale di Israele. Gli organizzatori hanno negato che si trattasse di censura, spiegando che per inaugurare la manifestazione occorreva una certa "identità di vedute". L'espressione merita di essere ricordata: è precisamente ciò di cui una manifestazione culturale dovrebbe avere meno bisogno. Per ascoltare persone che la pensano come noi bastano una cena fra amici, una riunione di partito o, per i più pigri, l'algoritmo di un social network.
Pochi giorni dopo, una petizione ha chiesto l'esclusione dello scrittore israeliano Eshkol Nevo dal festival Il Libro Possibile — non perché avesse sostenuto Netanyahu o celebrato la guerra, ma perché non avrebbe espresso una condanna “abbastanza chiara” del governo israeliano. La direzione del festival ha resistito e ne ha confermato la presenza.
È qui che l'antisemitismo può ricomparire in una forma presentabile, magari inconsapevole e avvolta nelle migliori intenzioni. Il meccanismo è semplice: allo scrittore israeliano viene chiesto ciò che non viene chiesto a nessun altro — dissociarsi dal proprio governo, pronunciare le parole prescritte, superare un esame di coscienza preliminare prima di essere ammesso a parlare. A un autore italiano nessuno chiede di prendere le distanze dalle decisioni di Palazzo Chigi. All'israeliano sì. Il principio di responsabilità individuale — conquista non secondaria della civiltà liberale — viene così sospeso proprio da chi sostiene di agire in nome dei diritti universali. Un festival privato può scegliere i propri ospiti, certo — non esiste un diritto universale al palco. Ma dovrebbe evitare di trasformarsi in una dogana ideologica nella quale si esaminano passaporti morali e si respingono alla frontiera gli insufficientemente allineati. Escludere un editore che propagandi apertamente il nazismo può essere motivato; pretendere da tutti una dichiarazione preventiva è una scorciatoia burocratica; chiedere che uno scrittore israeliano venga escluso perché non ha condannato abbastanza il proprio Paese è semplicemente una richiesta di autodafé. E tutto questo non ci piace affatto, vero Galileo?
Un tempo si diceva "parlar male di Garibaldi" per indicare una figura sottratta alla discussione ordinaria, imbalsamata e collocata sopra il camino. Oggi si può parlare male di Garibaldi, del papa, del governo e probabilmente anche dei libri. Il problema è parlare male di Michela Murgia.
È quanto avrebbe fatto Michele Mari durante il tour del Premio Strega. Sul pulmino dei finalisti Mari avrebbe sostenuto che Murgia fosse intransigente e violenta perché brutta e riversasse così la propria rabbia sugli altri. Mari nega di aver collegato il carattere della scrittrice al suo aspetto fisico. La frase, qualora sia stata pronunciata nei termini riferiti, è stupida e sessista — non occorre convocare Simone de Beauvoir per capire che ricondurre le idee di una donna alla sua (presunta) bruttezza è una bassezza da bar.
Ma qui comincia la parte interessante. Mari non è un fascista infiltratosi nel pulmino: è un professore universitario, un filologo, uno scrittore autentico e molto bravo. Pubblica con Einaudi, ha collaborato con Repubblica, il manifesto e il Corriere della Sera. Possiede tutti i lasciapassare della buona società letteraria italiana. Il problema è che il lasciapassare scade. Puoi trascorrere anni nella parte giusta, pubblicare con l'editore giusto, frequentare i premi giusti. Prima o poi incontrerai qualcuno più giusto di te. E quel giusto ti mangerà — e non per il tuo libro. Del libro, improvvisamente, interessa pochissimo: la Fondazione Bellonci non ha giudicato incompatibili con lo spirito dello Strega un romanzo mal costruito o una prosa illeggibile, ma una frase pronunciata in una conversazione privata, riferita da terzi e contestata almeno in parte dal suo autore.
Michela Murgia, nel frattempo, è diventata qualcosa di più di una scrittrice: è un'immagine votiva della borghesia colta progressista, una madonnina laica davanti alla quale accendere ceri e riconoscersi fra persone perbene. Quanti abbiano letto davvero i suoi libri è una domanda ormai secondaria: le icone mica devono essere lette, devono essere riconosciute.
Il problema non è che una donna venga difesa da un insulto — è assolutamente giusto farlo. Il problema è la distribuzione selettiva dell'indignazione. Alla Presidente del Consiglio si possono riservare caricature fisiche e insulti pronunciati con tutta la bava alla bocca richiesta dalla militanza: la violenza verbale viene assolta perché colpisce dalla parte ritenuta corretta. Se invece si sfiora una santa del pantheon engagé, la corporazione convoca il Sant'Uffizio. Il proprio, naturalmente.
Non è la fine della letteratura. Le conventicole culturali hanno sempre fabbricato ortodossie, eresie e apostati — André Breton amministrava il surrealismo attraverso scomuniche degne di un pontefice, e Sartre non si limitò a confutare L'uomo in rivolta di Camus ma stabilì che il suo autore fosse moralmente inadeguato al momento storico. La novità contemporanea è però la pretesa che tutto questo costituisca democrazia e inclusione, mentre è banale vita di corte: con meno parrucche, più comunicati stampa e lo stesso numero di coltelli.
Quanto ai lettori, continuano a essere pochi. Forse perché, mentre l'industria culturale discute chi possa salire sul palco, nessuno sembra particolarmente interessato a chi rimane fuori dalla sala.
E, francamente, on en a marre!
Come avrebbe detto Camus.
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