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Federico II e i certificati medici
Cortocircuiti storici

Con le Constitutiones Melfitanae del 1231, Federico II di Svevia istituì l’obbligo del titolo legale per esercitare la medicina nel Regnum: insomma, una specie di esame di Stato per funzionari regi; tale era, in fondo, il medico dotto secondo la visione federiciana. L’uso di un esame di Stato per i medici era già in vigore nel Regno di Sicilia sin dal secolo precedente, ma l’atto di Federico in qualche modo ufficializza l’importanza del medico nella società: importanza anche legale. Abbiamo infatti notizie di vere perizie collegiali medico-legali nella corte palermitana, anche in caso di delitto, come per esempio l’esame necroscopico in una morte per avvelenamento (a quanto sembra finita con la condanna proprio di un medico: d’altronde i medici salernitani erano famosi manipolatori di veleni).
Insomma, il medico medievale ha una responsabilità legale che in qualche modo va in parallelo con la medicalizzazione della società, specie a partire dal XIII secolo, ovvero con la ricezione dei principi della medicina galenica nella gestione della vita pubblica, specialmente nelle città: cura delle acque, smaltimento dei rifiuti, norme di isolamento, ove necessario, dei sospetti di contagio e così via. Il basso Medioevo vede il medico che ha studiato presso una facoltà di medicina diventare un funzionario comunale, regolamentato e generalmente ben pagato, al quale si richiedono anche pareri medico-legali, come ad esempio la certificazione sui lebbrosi: nessun uomo, come recitano moltissimi statuti dell’epoca, può essere inviato forzosamente al lebbrosario e quindi bandito dalla città senza il certificato di un medico o di un collegio di medici. A Siena, nella metà del ’200, un certificato del genere viene sottoscritto da tre medici evidentemente di chiara fama, visto che uno di questi è Pietro Ispano, celebre medico fisico, docente nello Studio locale e che poi diventerà cardinale e quindi papa col nome di Giovanni XXI.
Insomma, l’aspetto medico-legale della professione medica è un elemento importante e sempre presente almeno a partire dal Medioevo, dalla perizia in tribunale al semplice certificato di malattia. È un atto piuttosto delicato, perché può influire sulla vita sociale, ed è per questo che esistono vari gradi di certificazione, affidati a singoli o a collegi, a seconda dell’importanza. Insomma, anche un banale certificato di malattia, ci insegnavano ai miei tempi, è un atto da non sottoscrivere con leggerezza, perché è comunque soggetto a controllo e quindi ci si deve assumere piena responsabilità.
Capisco che in questa nostra società esistano figure professionali di fatto “intoccabili” in nome della salvaguardia della libertà di stampa e di giudizio (ed anche parecchio gelose delle loro prerogative), ma non mi risulta che il medico faccia parte di questi fortunati. Per cui sono rimasto un po’ meravigliato dal comunicato della Fnomceo nel quale si protesta per i controlli della Polizia di Stato in relazione al sospetto di false certificazioni emesse da alcuni medici per evitare l’invio di migranti irregolari al CPR. Il tono è questo:
«Utilizzare i medici come strumenti di controllo dell’ordine pubblico è un errore: è contrario al nostro ordinamento, è contrario alla nostra deontologia. Soprattutto, non è funzionale a garantire quel diritto fondamentale alla tutela della salute che la nostra Carta costituzionale pone in capo a ogni individuo, per il solo fatto di essere persona umana. Il controllo della sicurezza lasciamolo alle Forze dell’Ordine; ai medici, che raccolgono la fiducia dell’86% degli italiani, affidiamo la cura delle persone».
A parte che dire che i medici raccolgono la fiducia del solo 86% della popolazione non mi sembra un gran risultato, e poi che, ancora una volta, la nostra povera Costituzione sia tirata in ballo quasi fosse una coperta ideologica per tutte le occorrenze, non mi pare adeguato. Tra l’altro, una cosa è curare e una cosa è certificare. L’aveva chiaro anche Federico II ottocento anni fa.
Per quanto mi ricordi, emettere un certificato medico falso viola due codici: quello deontologico medico (art. 24 sull’obbligo di verità) e il codice penale in materia di falsità ideologica. E il primo è proprio di competenza dell’Ordine professionale, che controlla la nostra deontologia. Ma evidentemente mi sbaglio io: il Presidente nazionale saprà certamente quello che dice.
Io sono solo un vecchio medico in pensione.
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