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Egemonia senza cultura
Su un recente saggio di Andrea Minuz

C'è una frase di Ennio Flaiano — «se i popoli si conoscessero meglio, si odierebbero di più» — che sembra scritta apposta per l'Italia culturale, dove destra e sinistra non si combattono perché si ignorano, ma perché credono di conoscersi fin troppo, come parenti costretti a spartirsi un'eredità di famiglia senza essersi mai trovati particolarmente simpatici. Egemonia senza cultura di Andrea Minuz, storico e giornalista, nasce da questa nevrosi: da una parola, "egemonia", che tutti pronunciano con aria grave e che nessuno sembra più capace di maneggiare senza trasformarla in un alibi, in un risentimento o, nel migliore dei casi, nel titolo di un convegno.
Il merito di questo breve e agilissimo saggio non sta nel chiedersi, ancora una volta, se la sinistra abbia avuto o no l'egemonia culturale, ma nel mostrare come questa dell'egemonia sia diventata una vera superstizione italiana. La destra denuncia la sinistra come la detentrice illegale di un monopolio che per decenni le avrebbe impedito di essere riconosciuta come colta; la sinistra, quando viene accusata di essere culturalmente egemone, tende a minimizzare, quasi che il problema non fosse mai esistito. In realtà una certa egemonia culturale della sinistra è esistita eccome, ma non nella forma compatta immaginata dai suoi avversari né in quella nobile raccontata dai suoi beneficiari.
La sinistra italiana ha avuto soprattutto un'egemonia del prestigio: ha stabilito a lungo che cosa fosse serio, legittimo, civile, addirittura presentabile. Aveva giornali, università, case editrici, festival, cinema d'autore, romanzi dell'impegno e una pedagogia morale molto sicura di sé. Ma non ha mai fatto suo davvero l'immaginario popolare, che invece correva allegramente altrove: verso la televisione commerciale, il varietà, Sanremo, la fiction, la volgarità — verso la vita, insomma. La destra, viceversa, ha spesso vinto nella società e nei consumi senza riuscire a sentirsi legittimata nei salotti buoni.
Da qui nasce un'altra nevrosi: la destra, arrivata al governo, non si accontenta del potere politico ma vuole anche l'assoluzione culturale. Vuole il ministero, la Rai, i festival, le nomine, ma soprattutto vuole che qualcuno le dica che anche Tolkien è cultura, che il fantasy può essere fondativo, che la sua genealogia simbolica merita rispetto. È una scena insieme comica e malinconica: chi ha conquistato il palazzo continua a comportarsi come se dovesse bussare alla porta del professore comunista per farsi promuovere.
Il professore comunista, del resto, esiste ancora — e ha anche un nome. Alessandro Barbero, osserva Minuz con divertente lucidità, ha avuto sui professori l'effetto di X-Factor su quelli che cantano sotto la doccia convinti di meritare un pubblico. È un divulgatore perfetto per il nostro tempo social, ma è anche qualcosa di più antico e rassicurante: è il professore comunista di storia che molti hanno incontrato nel proprio percorso scolastico, quello con la tessera del PCI “firmata da Berlinguer”, quello con la fierezza di appartenere alla "gente migliore del paese", in poche parole un intreccio di erudizione, coscienza politica e superiorità morale. Se la fabbrica non è più un luogo immaginario della sinistra, il professore comunista lo è ancora, eccome.
Minuz può permettersi tutto questo perché non scrive da convertito rancoroso. La cultura progressista l'ha abitata, ne conosce il fascino e le liturgie: Repubblica, il manifesto, Pasolini, Barthes, Foucault, le letture giuste, i film giusti, i nomi da pronunciare con naturalezza. Sa che quella cultura è stata anche ascensore sociale, educazione sentimentale e promessa di emancipazione — ed è proprio per questo che può mostrarne il lato più irritante: la tendenza a trasformare la cultura in rendita morale.
Il libro funziona bene anche quando sposta il discorso dalla politica alla mutazione antropologica. La scuola, un tempo immaginata come roccaforte dell'egemonia progressista, appare oggi più semplicemente come un'istituzione assediata dalla dissoluzione dell'autorità adulta. In un'epoca in cui ci si cura con Google e con l'AI, i genitori sono sempre meno disposti a riconoscere alla scuola il diritto di valutare, correggere e giudicare. Sono i genitori "adultescenti" — parola brutta ma efficace — quelli che, per dirla con Gaber, vogliono essere amici dei figli. Da qui il boom di ricorsi contro pagelle e bocciature: non una contro-egemonia di destra, ma l'egemonia del figlio intoccabile e del genitore consumatore.
Anche la Rai viene sottratta alla nostalgia. Non è mai esistita una televisione pubblica pura poi corrotta dai barbari: la Rai è sempre stata lottizzata, democristiana, socialista, comunista, berlusconiana, grillina e finalmente meloniana. La differenza è che oggi ci si batte per conquistarla quando il centro simbolico si è già spostato altrove. È come litigare per un palazzo nobiliare quando il quartiere elegante si è trasferito da un'altra parte.
Poi c'è Repubblica, che Minuz tratta con la crudeltà affettuosa riservata ai parenti ingombranti. Per decenni Repubblica è stata molto più di un giornale: era un'appartenenza, una dieta culturale, quasi un documento d'identità per chi voleva sentirsi dalla parte giusta senza dover spiegare perché. La sua crisi non è solo editoriale: è la fine di un ceto che parlava a nome dell'Italia migliore nell'ipotesi, non sempre verificata, che l'Italia migliore fosse d'accordo. E a questo punto Minuz non può fare a meno di chiedersi chi avesse costruito quell'edificio — e chi ne avesse firmato il progetto.
Il finale è durissimo. Gramsci, scriveva Arbasino, rappresenta «il dramma moderno di un intellettuale che muore in una prigione di tiranni» lasciandosi dietro non un inno alla libertà ma il progetto di un apparato di intellettuali conformisti e propagandisti. Frase ingenerosa, forse, ma utile a illuminare l'ambiguità italiana dell'egemonia: emancipazione e catechismo, educazione e disciplina, cultura come liberazione e come apparato.
Il limite del libro coincide con il suo fascino. Minuz procede per lampi, citazioni e stoccate, e alcuni temi — cattolicesimo, berlusconismo, piattaforme digitali, ideologia woke — avrebbero meritato più spazio o quelche approfondimento in più. Ma sarebbe stato un altro libro, più accademico e meno vivo. Qui si coglie invece l'aria del tempo: un paese che continua a cercare l'egemonia nei luoghi antichi — Rai, giornali, scuola, università, festival — mentre la cultura reale è già scappata dalla finestra, ha aperto un account, si è fatta algoritmo, magari podcast e soprattutto indignazione virale.
Per questo Egemonia senza cultura è più mesto di quanto sembri. Fa sorridere, certo, ma sotto la commedia c'è un lutto: la fine dell'idea che la cultura possa ancora ordinare il mondo, o almeno fingere di farlo con qualche dignità. La politica continua a contendersi la torre, ma il ponte levatoio è marcito, le stanze sono vuote e il popolo, intanto, guarda altro.
Buona lettura.
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