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Cuochi, intellettuali e Francesco Petrarca

... e alla fine venne la Comunicazione

Nel maggio 1349 Francesco Petrarca scrive quattro lettere all’amico Olimpio, ovvero Luca Cristiani, suo compagno di studi a Bologna e familiare del cardinale Colonna ad Avignone. Nella quarta, dove gli raccomanda una vita morigerata, si legge:

Il cuoco, dico, come sai, un tempo era, tra i nostri antenati, lo schiavo più indegno, e solo dopo che l'Asia fu conquistata, fu tenuto in grande stima. Vorrei che non avessimo mai conquistato l'Asia con le armi, per il timore che lei ci vincesse con le sue delizie!
(Francesco Petrarca, Familiares VIII, 4, 2)

Insomma, per il grande poeta il cuoco era un esercente di vilissima professione, proprio come “lo schiavo più indegno”. Non ci restano ahimé notizie del cuoco del Petrarca durante il suo peregrinare in quell’anno nell’Italia settentrionale: magari questi era un vero cane oppure il poeta, ancora profondamente ferito dalla recente morte della sua Laura e dopo essersela presa con i medici come categoria, aveva voglia di sfogarsi coi cuochi: chissà. Anche perché, se andiamo a ben guardare, il cuoco non era la Nutaccia del Decameron, laida e unta nella sua cucina-antro (ma Boccaccio era un altro intellettuale e perdipiù ammiratore del Petrarca), ma una figura probabilmente di tutto rispetto, anche se di modesta provenienza, tanto da entrare nella burocrazia dei Comuni e delle Signorie del tardo Medioevo e del Rinascimento. I Governatori di Siena avevano un chocus stipendiato e un cuoco è spesso riportato nei pagamenti della familia del Podestà in numerosi comuni toscani del ‘300. A Firenze il cuoco della familia di palazzo non solo veniva pagato abbastanza bene e mandato in pensione (pagata a spese del Comune) alla fine del suo servizio, ma utilizzato anche, vestito con i colori del Comune e in gran pompa, per fare ambascerie: nello stesso periodo in cui il Petrarca fa le sue considerazioni, Cambio Giannini, cuoco di palazzo, viaggia come ambasciatore in Germania, Ungheria e Lombardia per un totale di 253 giorni e viene pagato per il suo servizio ben 205 fiorini. Ci potremmo forse chiedere chi preparasse da mangiare ai Governatori fiorentini in quei 253 giorni, ma è evidente che il cuoco di palazzo (o il cuoco della famiglia del Podestà) più che spignattare, dirigeva la cucina e quindi doveva sapere come minimo leggere, fare di conto e magari conoscere qualche lingua. Come d’altronde altri famigli pari a lui. Ad esempio, ci è rimasta la domanda di assunzione di un cittadino come donzello del Comune fiorentino dove si specifica che lui sa suonare alcuni strumenti musicali e conosce diverse lingue. Tra l’altro il campanaro fiorentino Francesco Mini va in ambasceria presso il patriarca Bertrando di san Genesio, mentre questi è in guerra col Conte di Gorizia: e qui fra tedeschi il parlare fiorentino evidentemente non bastava.

Questo per dire che Petrarca, il grande intellettuale, alle volte era un po’ puzzone. Niente di nuovo sotto il sole: quando sei famoso e sei certo (almeno te) del tuo valore, succede di dare giudizi evidentemente fuori misura. Detto questo, Francesco Petrarca rimane Francesco Petrarca, è ovvio.

Poi venne la televisione e le Litterae familiares divennero interviste e magari speciali televisivi. Ho riletto recentemente La solitudine del satiro di Ennio Flaiano, raccolta pubblicata postuma, dove si riporta un suo elzeviro per «Panorama», dell’ agosto 1963:

Fine di intervista. «lei crede che la televisione abbia abbassato il livello culturale del pubblico?». «No, credo che abbia abbassato il livello culturale degli intellettuali».

La crisi dell’intellettuale era già arrivata, negli anni ’60, alla resa dei conti? No, perché doveva ancora arrivare Internet, più di trent’anni dopo, e poi YouTube e i social e le baruffe di La7. E gli intellettuali? I professori, filosofi, storici o economisti, divulgatori e loquaci (magari maduriani, filo Hamas e filoputiniani) che nessuno si filerebbe in condizioni normali - specie i medievisti, visto che ne abbiamo abbastanza e di gran levatura in Italia, giovani e meno giovani - dobbiamo forse considerarli, come fa trasparire Flaiano, delle povere vittime del sistema perverso della comunicazione? Mah.

Meno male che ai tempi del Petrarca tutto questo non c’era, sennò sono sicuro che ci avrebbe ampiamente scassato anche lui.

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