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Cinque anni e una sessione
Autodisciplina, vacanze e qualche pensiero sulla scuola che non c'è più

L'estate sta arrivando e quest'anno, tra maggio e giugno, c'è un mega-ponte che di fatto è già iniziato venerdì — con il solito sciopero di una delle tante sigle e siglette sindacali — e un clima quasi benevolo, caldo e soleggiato. Aria di vacanza, insomma.
Devo confessare che anch'io me la sto prendendo comoda. Peccato che il mio dolce far niente vada invariabilmente a finire in un senso di colpa per le cose che avrei dovuto fare e non ho fatto. Con me non ha mai funzionato granché la massima — credo di averla letta su Topolino decenni fa — "non fare oggi quello che potresti fare domani". Per cui sono qui che scribacchio, studicchio, aiuto a rimettere a posto (il minimo indispensabile) la casa, guardo il nulla seduto in giardino, pensando però alle cose da fare. Una maledizione, questa, anche se in qualche modo mi ha salvato la vita.
Negli anni mi sono sottoposto (e abituato) a una autodisciplina abbastanza ferrea per ovviare al fatto che, lasciato stare, me ne sarei rimasto a letto fino a tardi o mi sarei fatto annientare dalla televisione o dal web. Quando ero all'università avevo sulla parete, davanti al tavolino dove studiavo, un calendario con le crocette sulle date degli esami che avevo deciso di sostenere. L'autodisciplina era semplice: presentarsi comunque all’esame, a prescindere dalla reale preparazione. Dato che non ci tenevo a fare figuracce — i professori dell'epoca non erano molto clementi, e quando perdevano la pazienza diventavano anche teatrali, con libretti gettati dalla finestra e statini stracciati e lanciati in aria come coriandoli — studiavo. Insomma non mi lasciavo scelta.
La volta che, neanche per colpa mia, saltai una data d’appello — era l'esame di Anatomia Patologica, uno degli ostacoli più impervi di tutto il corso — entrai in crisi e rischiai di abbandonare tutto. Al quinto anno di medicina. Non lo feci per vari motivi: una madre severissima, grande predicatrice, di quelle a cui era meglio ubbidire che sentirla per più di un quarto d'ora, e poi oramai ero quasi in fondo. Rilanciai: mi mancavano ancora dodici esami ed eravamo in settembre. Mi sfidai mettendo la croce definitiva al preappello di laurea, i primi di luglio. I mitici "cinque anni e una sessione". Era un'impresa da pazzi, ma mi piacciono le sfide. Andò a finire che ce la feci — e tra l'altro suonando spesso la sera, in giro per la Toscana meridionale. O Fortuna! velut Luna statu variabilis, cantavamo accompagnandoci con ciaramelli e liuti, e io beccai Fortuna mentre ascendeva verso lo zenit. Ho sempre continuato con questo metodo, anche nei momenti in cui Fortuna era parecchio in fase discendente, e in qualche modo sono sopravvissuto.
Certo, erano altri tempi, avrebbe detto mio padre. Adesso esistono sistemi autogiustificativi potentissimi: dai social alla psicologia alla politica. Si è creata una serie di convincimenti — e di malattie abbastanza immaginarie — che tengono occupati psicologi, mental coach et similia: per cui se invece di presentarti all'appello dormi fino a mezzogiorno, puoi sempre dire che la colpa è di qualche acronimo (inglese) con cui puoi autoclassificarti o, nel caso, trovare qualcheduno che, nel dubbio, te lo certifichi. Al mio paese, in quei tempi, c'era gente che moriva in miniera o che soffocava lentamente con la silicosi. T'immagini.
E poi oggi se tiri dalla finestra il libretto di uno studente cane cane cane, come minimo la notizia fa il giro di tutti i giornali e rischi il licenziamento, come minimo. Mentre se i tuoi allievi più vivaci ti pestano in un parco, puoi essere più progressista dei progressisti e dichiarare che in fondo, se ti hanno fatto saltare due denti e la milza si è salvata per un pelo, sono giovani disagiati e punirli non sarebbe molto educativo.
Aspettando la prossima coltellata: ma almeno avrai il tuo momento di gloria su TikTok.
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